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PALERMO - “U Ciuraru ru campusantu”
Ennesimo successo di Anna Mauro
di Aldo Reina

PALERMO
- Il 25 maggio scorso al Teatro Crystal di Palermo è stato
rappresentato “U Ciuraru ru campusantu”, dramma in atto
unico di Anna Mauro.
Il titolo, in stretto vernacolo siciliano, di certo
alla lettura sollecita istintive scaramanzie gestuali ovvero
può destare qualche perplessità filologica ai puristi della
Lingua. Eppure è proprio nel titolo e nel proemio conseguente
che scatta la curiosità. “Il Fioraio del camposanto” quali
tematiche può dispiegare? E quale dramma può compiersi con il
prospetto di un personaggio di per sé drammatico, che esercita
il mestiere proprio ai confini tra la vita e la morte?
Probabilmente saranno stati in molti a porsi queste o
altre domande prima di decidere di recarsi a teatro, fatto sta
che la sala è gremita in ogni ordine di posti, l’atmosfera è
carica e ci sono tutte le premesse perché lo spettacolo che si
va a rappresentare possa risultare un piacevole viaggio di
fantasia, di condivisione emotiva e di realismo esistenziale.
Si spengono le luci, il brusio dirada nel silenzio, si
apre il sipario.
La scena focalizza il baracchino di un fioraio a ridosso del
viale di un cimitero disseminato di tombe. Il contrasto
scenografico è repentino: da un lato la vividezza cromatica
dei fiori, dall’altro la cupa mestizia della dimora dei
trapassati. U zu Mimiddu (Stello Pecoraro) canta a
squarciagola il “Nessun dorma” di Puccini con evidente
partecipazione, tratteggiando il finale della romanza alla
stregua di un inno alla vita.
Il ciuraru sin dalle prime battute rivela il proprio
“carattere”, quello di un uomo saggio che conosce
il dolore, che riconosce i veri sentimenti di affetto e di
amore verso i propri defunti nelle pieghe di un’espressione,
di un cenno, di una parola dei parenti che comprano i suoi
fiori, come pure l’ipocrisia di chi si avvicina ai morti con
il cuore freddo e solo per rituale finzione.
Totò (Salvo Rubino) è il secondo personaggio che entra
in scena. Totò è un violinista che suona ai funerali. La sua
vita è greve, nasconde un terribile segreto che gli ha
pregiudicato la carriera artistica e trova come unico conforto
l’affetto sincero che gli riversa lo zu Mimiddu, salvo
poi chiudersi in un mutismo assoluto in presenza di altri. Il
fioraio ha nei suoi confronti un affetto paterno e fa di tutto
per strappargli un sorriso e liberarlo dalla morsa della
depressione. I loro dialoghi sono animati da uno spirito vivo
che a tratti assume aspetti umoristici di rilievo, una
contemporaneità fra dramma e comico che caratterizza l’intera
opera.
Il becchino Erasmo (Giuseppe Cici), terzo personaggio
principale, entra in scena con smisurata esuberanza. Uomo
d’affari dell’altrui dolore, Erasmo è contento per aver
concluso un lavoro inatteso e redditizio, a seguito della
morte di una giovane partoriente. Il personaggio riassume i
peggiori difetti del suo triste mestiere, relegando la
sensibilità per gli altri nei meandri dell’indifferenza e
attribuendo al destino la colpa di ogni evento luttuoso.
Le scene si susseguono con l’apporto di altri
personaggi e lo sviluppo delle tematiche si arricchisce di
contenuti. Il ciuraru si destreggia nelle variabili che la
quotidianità sospinge con la saggezza di chi ha vissuto
abbastanza a lungo per non farsi irretire dalle apparenze, di
chi conosce nel profondo la futilità e la fragilità di ogni
essere umano. Il costante contatto con la morte lo rende
invulnerabile all’inganno, il ciuraru legge la vita senza
maschere, disincantato alle apparenza, e per questo la ama con
la naturalezza dei giusti “Ju mi scantu ri vivi, no ri muorti...I
muorti u'n ponnu fari cchiù mali, i vivi sé”. Totò parla solo
con lui perché di lui si fida e in un momento di abbandono gli
confida afflitto le sue disgrazie, di come sia stato rovinato
per un accusa infamante di spaccio di droga, rinvenuta
all’interno del suo violino al rientro di un concerto in
America. Proclama la sua innocenza e si dispera per il mistero
che avvolge la sua storia, di chi abbia potuto nascondere nel
suo strumento la droga a sua insaputa “l'avvocato mi proponiu
u patteggiamentu, accetavu.” . Lo zu Mimiddu cerca di
confortarlo pur rimproverandolo per aver accettato il
patteggiamento “Fissa! Fusti fissa… Ci vulissi un miracolo...Macari
chi scoprissiru vieru cu fu...” Tuttavia Totò è disperato “U'n
ci criu e miracoli. Un miracolo è ‘na resurrezione: E fino a
ora nuddu mai ha arrivisciutu. I muorti su muorti, zu Mimiddu.
E unn'arriviscinu! E io sugnu muortu! Sugnu muortu! Sugnu
muortu!”
Naturalmente gli spunti che caratterizzano il testo
sono tanti da non poterli riassumere se non in parziale
sintesi. Zu Mimiddu è pieno di energia. Si fa leggere e
commenta solo i giornali di anni prima “Arripusati” “…Quannu
su frischi ri jurnata, i fissaria chi scrivinu su comu i
truona. Lieggi, lieggi.”
Intrattiene relazioni con i clienti con fare schietto e
volitivo – l’architetto (Simonetta Genova), la suocera
camurriusa (Pinella Barone) il nipote (Domenico Pane)
la professoressa (Sandra Zerilli) – con venature
divertenti, riflessive, nostalgiche e poetiche, come ad
esempio nel dialogo con la professoressa che gli regala
modesti souvenir al ritorno di ogni viaggio, che per lui
diventano preziosi perché gli permettono di viaggiare per il
mondo con la fantasia dei sogni “A sira, io m’assiettu ddà
ravanzi e partu…Parigi, Agrigento, America, Roma…”
Parla con i morti con deferenza e rispetto, ma non per
questo con minore vivacità – il marito geloso (Giuseppe La
Franca) il giudice (Francesco Vinci) – Anche qui i
dialoghi surreali spaziano fra il faceto e il serio. Il
defunto geloso che gli chiede se la moglie lo tradisce, per
esempio, è amaramente divertente, peraltro sforzandosi di
parlare in slang palermitano senza riuscirci. Come
estremamente toccante risulta la conversazione con il giudice
“lei u canusci a Totò, u tocu? Mi fa na pena! Oramai l'aju
com'un figghiu, ma è un muortu chi camina!... Pì mia 'ammazzaru!”
“Tu a sapiri, Mimiddu, c'a verità è a verità. Certi vuoti è a
un passu, certi vuoti u'n si vuoli viriri, autri vuoti è
ammucciata, ma c'è. E' ddà...c'aspietta u so momentu pì
niesciri fuora. Ponnu passari juorna, ponnu passari misi,
ponnu passari anni. Ma menu chi unu si l'aspetta…
Ascolta e conversa con i fiori “i so armaluzzi”, ne
sente le voci bambine che reclamano l’acqua, si lamentano
quando gli recide i gambi, pretendono il posto più in vista e
disdegnano di rimanere accanto ad altri fiori ritenuti
antipatici. Un altro mondo invisibile delicatamente
umanizzato.
Altri temi e altre problematiche affiorano nel corso
dell’opera, argomenti ora seri come il pizzo, altri mordaci e
canzonatori nei confronti del sindaco per la festa di
S.Rosalia.
Alla fine la tragedia si compie. Erasmo entra in scena
con un pacco di pasticcini e una bottiglia di moscato “Am'a
sbagnari, picciuò! Pigghiavu un travagghiu gruossu, ma gruossu...”
Porta con sé un quotidiano e dopo i rimbrotti dello zu mimuddu
perché non è un giornale “arripusatu” comincia a leggere la
cronaca del giorno. “Un musicista. Muriu p'overdose…Era un
spacciatore, traffichiava cocaina. Prima di morire confessa
che quindici anni prima al rientro in Italia da un'altra
tournée, per distogliere i sospetti dalla sua persona, si era
intrufolato nella stanza di un altro membro dell'orchestra,
aveva inserito una busta contenente cocaina nel suo strumento
e, una volta rientrato in patria, aveva avvertito le forze
dell' ordine. Il collega era stato arrestato e in seguito
aveva patteggiato la pena. Si attende ora la revisione del
processo di Salvatore Decaro, lo stimato violinista, detto
Totò il toco.
Durante la lettura della notizia, Totò comincia a
sentirsi soffocare, gli altri non se ne rendono conto, quindi
si accascia silenziosamente e alla fine crolla a terra.
Mimiddu si accorge del malore quando ormai è troppo tardi, si
precipita accanto a lui e lo abbraccia, ma ormai Totò è privo
di vita. Gli intona il “Nessun dorma” come fosse una ninna
nanna. E sul crescendo la voce del defunto Totò annuncia
all’amico “Sugnu vivu! Sugnu vivu! Sugnu vivu!”
Alla chiusura del sipario gli spettatori, per quanto
ancora commossi dall’ultima scena, applaudono a scena
aperta. Le ovazioni si ripetono per alcuni minuti
all’apparire degli attori per i saluti finali.
Giuseppe Cici, istrionico e straordinario attore, ha
definito Erasmo come meglio non si poteva, alternando una
recitazione ora frizzante, ora tragica, in relazione agli
umori cangianti e repentini del personaggio.
Salvatore Rubino ha dato il meglio di sé, risultando
fondamentale nell’equilibrio scenico complessivo. Nella sua
piena maturità artistica, ha recitato con estrema naturalezza
e la verosimiglianza con ciò che rappresentava è stata totale
e coinvolgente.
Stello Pecoraro merita un apprezzamento a parte. Per
quanto recitasse per la prima volta da protagonista, non ha
mai avuto momenti di incertezza. Padrone della scena, si è
disimpegnato con molta energia e senza cali di tensione. In
piena simbiosi con lo zu Mimiddu, ne ha rappresentato
l’intimità e la tensione con risultanze emotive di notevole
rilievo.
In conclusione è doveroso tributare un plauso particolare a
questa rappresentazione del “Ciuraru”, sicuramente dosata in
maniera impeccabile nella regia di Anna Mauro, per le
ricche e variegate emozioni che ha sedimentato durante lo
sviluppo narrativo, e per la ragguardevole espressività posta
in essere dagli attori.
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