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 Il Teatro di Anna Mauro, maggio 2010

www.siciliamillennium.it                                                                           

PALERMO - “U Ciuraru ru campusantu”
Ennesimo successo di Anna Mauro
di Aldo Reina







PALERMO - Il 25 maggio scorso al Teatro Crystal di Palermo è stato rappresentato “U Ciuraru ru campusantu”, dramma in atto unico di Anna Mauro.
Il titolo, in stretto vernacolo siciliano, di certo alla lettura sollecita istintive scaramanzie gestuali ovvero può destare qualche perplessità filologica ai puristi della Lingua. Eppure è proprio nel titolo e nel proemio conseguente che scatta la curiosità. “Il Fioraio del camposanto” quali tematiche può dispiegare? E quale dramma può compiersi con il prospetto di un personaggio di per sé drammatico, che esercita il mestiere proprio ai confini tra la vita e la morte?
Probabilmente saranno stati in molti a porsi queste o altre domande prima di decidere di recarsi a teatro, fatto sta che la sala è gremita in ogni ordine di posti, l’atmosfera è carica e ci sono tutte le premesse perché lo spettacolo che si va a rappresentare possa risultare un piacevole viaggio di fantasia, di condivisione emotiva e di realismo esistenziale.
Si spengono le luci, il brusio dirada nel silenzio, si apre il sipario.
La scena focalizza il baracchino di un fioraio a ridosso del viale di un cimitero disseminato di tombe. Il contrasto scenografico è repentino: da un lato la vividezza cromatica dei fiori, dall’altro la cupa mestizia della dimora dei trapassati. U zu Mimiddu (Stello Pecoraro) canta a squarciagola il “Nessun dorma” di Puccini con evidente partecipazione, tratteggiando il finale della romanza alla stregua di un inno alla vita.
Il ciuraru sin dalle prime battute rivela il proprio “carattere”, quello di un uomo saggio che conosce il dolore, che riconosce i veri sentimenti di affetto e di amore verso i propri defunti nelle pieghe di un’espressione, di un cenno, di una parola dei parenti che comprano i suoi fiori, come pure l’ipocrisia di chi si avvicina ai morti con il cuore freddo e solo per rituale finzione.
Totò (Salvo Rubino) è il secondo personaggio che entra in scena. Totò è un violinista che suona ai funerali. La sua vita è greve, nasconde un terribile segreto che gli ha pregiudicato la carriera artistica e trova come unico conforto l’affetto sincero che gli riversa lo zu Mimiddu, salvo poi chiudersi in un mutismo assoluto in presenza di altri. Il fioraio ha nei suoi confronti un affetto paterno e fa di tutto per strappargli un sorriso e liberarlo dalla morsa della depressione. I loro dialoghi sono animati da uno spirito vivo che a tratti assume aspetti umoristici di rilievo, una contemporaneità fra dramma e comico che caratterizza l’intera opera.
Il becchino Erasmo (Giuseppe Cici), terzo personaggio principale, entra in scena con smisurata esuberanza. Uomo d’affari dell’altrui dolore, Erasmo è contento per aver concluso un lavoro inatteso e redditizio, a seguito della morte di una giovane partoriente. Il personaggio riassume i peggiori difetti del suo triste mestiere, relegando la sensibilità per gli altri nei meandri dell’indifferenza e attribuendo al destino la colpa di ogni evento luttuoso.
Le scene si susseguono con l’apporto di altri personaggi e lo sviluppo delle tematiche si arricchisce di contenuti. Il ciuraru si destreggia nelle variabili che la quotidianità sospinge con la saggezza di chi ha vissuto abbastanza a lungo per non farsi irretire dalle apparenze, di chi conosce nel profondo la futilità e la fragilità di ogni essere umano. Il costante contatto con la morte lo rende invulnerabile all’inganno, il ciuraru legge la vita senza maschere, disincantato alle apparenza, e per questo la ama con la naturalezza dei giusti “Ju mi scantu ri vivi, no ri muorti...I muorti u'n ponnu fari cchiù mali, i vivi sé”. Totò parla solo con lui perché di lui si fida e in un momento di abbandono gli confida afflitto le sue disgrazie, di come sia stato rovinato per un accusa infamante di spaccio di droga, rinvenuta all’interno del suo violino al rientro di un concerto in America. Proclama la sua innocenza e si dispera per il mistero che avvolge la sua storia, di chi abbia potuto nascondere nel suo strumento la droga a sua insaputa “l'avvocato mi proponiu u patteggiamentu, accetavu.” . Lo zu Mimiddu cerca di confortarlo pur rimproverandolo per aver accettato il patteggiamento “Fissa! Fusti fissa… Ci vulissi un miracolo...Macari chi scoprissiru vieru cu fu...” Tuttavia Totò è disperato “U'n ci criu e miracoli. Un miracolo è ‘na resurrezione: E fino a ora nuddu mai ha arrivisciutu. I muorti su muorti, zu Mimiddu. E unn'arriviscinu! E io sugnu muortu! Sugnu muortu! Sugnu muortu!”
Naturalmente gli spunti che caratterizzano il testo sono tanti da non poterli riassumere se non in parziale sintesi. Zu Mimiddu è pieno di energia. Si fa leggere e commenta solo i giornali di anni prima “Arripusati” “…Quannu su frischi ri jurnata, i fissaria chi scrivinu su comu i truona. Lieggi, lieggi.”
Intrattiene relazioni con i clienti con fare schietto e volitivo – l’architetto (Simonetta Genova), la suocera camurriusa (Pinella Barone) il nipote (Domenico Pane) la professoressa (Sandra Zerilli) – con venature divertenti, riflessive, nostalgiche e poetiche, come ad esempio nel dialogo con la professoressa che gli regala modesti souvenir al ritorno di ogni viaggio, che per lui diventano preziosi perché gli permettono di viaggiare per il mondo con la fantasia dei sogni “A sira, io m’assiettu ddà ravanzi e partu…Parigi, Agrigento, America, Roma…”
Parla con i morti con deferenza e rispetto, ma non per questo con minore vivacità – il marito geloso (Giuseppe La Franca) il giudice (Francesco Vinci) – Anche qui i dialoghi surreali spaziano fra il faceto e il serio. Il defunto geloso che gli chiede se la moglie lo tradisce, per esempio, è amaramente divertente, peraltro sforzandosi di parlare in slang palermitano senza riuscirci. Come estremamente toccante risulta la conversazione con il giudice “lei u canusci a Totò, u tocu? Mi fa na pena! Oramai l'aju com'un figghiu, ma è un muortu chi camina!... Pì mia 'ammazzaru!” “Tu a sapiri, Mimiddu, c'a verità è a verità. Certi vuoti è a un passu, certi vuoti u'n si vuoli viriri, autri vuoti è ammucciata, ma c'è. E' ddà...c'aspietta u so momentu pì niesciri fuora. Ponnu passari juorna, ponnu passari misi, ponnu passari anni. Ma menu chi unu si l'aspetta…
Ascolta e conversa con i fiori “i so armaluzzi”, ne sente le voci bambine che reclamano l’acqua, si lamentano quando gli recide i gambi, pretendono il posto più in vista e disdegnano di rimanere accanto ad altri fiori ritenuti antipatici. Un altro mondo invisibile delicatamente umanizzato.
Altri temi e altre problematiche affiorano nel corso dell’opera, argomenti ora seri come il pizzo, altri mordaci e canzonatori nei confronti del sindaco per la festa di S.Rosalia.
Alla fine la tragedia si compie. Erasmo entra in scena con un pacco di pasticcini e una bottiglia di moscato “Am'a sbagnari, picciuò! Pigghiavu un travagghiu gruossu, ma gruossu...” Porta con sé un quotidiano e dopo i rimbrotti dello zu mimuddu perché non è un giornale “arripusatu” comincia a leggere la cronaca del giorno. “Un musicista. Muriu p'overdose…Era un spacciatore, traffichiava cocaina. Prima di morire confessa che quindici anni prima al rientro in Italia da un'altra tournée, per distogliere i sospetti dalla sua persona, si era intrufolato nella stanza di un altro membro dell'orchestra, aveva inserito una busta contenente cocaina nel suo strumento e, una volta rientrato in patria, aveva avvertito le forze dell' ordine. Il collega era stato arrestato e in seguito aveva patteggiato la pena. Si attende ora la revisione del processo di Salvatore Decaro, lo stimato violinista, detto Totò il toco.
Durante la lettura della notizia, Totò comincia a sentirsi soffocare, gli altri non se ne rendono conto, quindi si accascia silenziosamente e alla fine crolla a terra. Mimiddu si accorge del malore quando ormai è troppo tardi, si precipita accanto a lui e lo abbraccia, ma ormai Totò è privo di vita. Gli intona il “Nessun dorma” come fosse una ninna nanna. E sul crescendo la voce del defunto Totò annuncia all’amico “Sugnu vivu! Sugnu vivu! Sugnu vivu!”
Alla chiusura del sipario gli spettatori, per quanto ancora commossi dall’ultima scena, applaudono a scena aperta. Le ovazioni si ripetono per alcuni minuti all’apparire degli attori per i saluti finali.
Giuseppe Cici, istrionico e straordinario attore, ha definito Erasmo come meglio non si poteva, alternando una recitazione ora frizzante, ora tragica, in relazione agli umori cangianti e repentini del personaggio.
Salvatore Rubino ha dato il meglio di sé, risultando fondamentale nell’equilibrio scenico complessivo. Nella sua piena maturità artistica, ha recitato con estrema naturalezza e la verosimiglianza con ciò che rappresentava è stata totale e coinvolgente.
Stello Pecoraro merita un apprezzamento a parte. Per quanto recitasse per la prima volta da protagonista, non ha mai avuto momenti di incertezza. Padrone della scena, si è disimpegnato con molta energia e senza cali di tensione. In piena simbiosi con lo zu Mimiddu, ne ha rappresentato l’intimità e la tensione con risultanze emotive di notevole rilievo.
In conclusione è doveroso tributare un plauso particolare a questa rappresentazione del “Ciuraru”, sicuramente dosata in maniera impeccabile nella regia di Anna Mauro, per le ricche e variegate emozioni che ha sedimentato durante lo sviluppo narrativo, e per la ragguardevole espressività posta in essere dagli attori.



 

 

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