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IL BARBONE DI PARTANNA:
Ariel, una nudità esistenziale che smaschera l'inganno
di Vincenzo Amoroso

BARONE, GENOVA, RANELI, LUPINACCI-ARIEL, ANNA MAURO, RUBINO,
PUPELLA
IL BARBONE DI PARTANNA -
Guardando lo spettacolo teatrale “il barbone di Partanna”
colpisce la straordinaria interpretazione della straziante
Ariel. Privata dell'amore del suo uomo e del bambino, si
ritrova barbona emarginata, sola e senza nulla, a vivere per
strada con i ricordi persecutori del passato. Come tante nel
mondo è una donna violata, annichilita da soprusi e
sfruttamenti d'ogni genere. Ma a differenza degli altri
emarginati, Ariel lotta a modo suo, rifugiandosi in un mondo
introspettivo fantastico pieno di colori e contrasti, nel
quale insegue le farfalle, suona il flauto, salta con la
corda, gioca a palla col suo bambino, senza però riuscire a
controllare o superare la paura ed angoscia del distacco. Un
personaggio complesso, schizofrenico che tende a rivelare la
fisicità dei suoi pensieri, a liberare la vita da orpelli e
false illusioni, mostrandola così com'è. Nudità esistenziale,
stato di grazia, ritorno all'eden e al suo paradiso perduto di
purezza di pensieri e di aspirazioni.
Apparentemente accolta nella collettività degli altri
barboni, Ariel, però, non riesce a condividere pienamente
con loro, ricordi e rimpianti. Intrappolata dai mostri della
solitudine, non si unisce a loro per bere e dimenticare. Lei
non vuole cancellare valori e memoria e si strugge nei suoi
ideali di libertà e giustizia. Ariel vuole la pace, il sole e
l'amore. Dipinge in diretta pochi ma forti schizzi di colore
che traducono con immediatezza le sue inquietanti riflessioni
sulla deriva di una società che insegue falsi miti,
spettacolarizzazioni della vita, culto dell'immagine,
omologazione e che rischia di scivolare nell'indifferenza più
brutale e nella deresponsabilizzazione.
La sua straordinaria interpretazione, colpisce
emotivamente lo spettatore, così come desta profondo interesse
sapere che il ruolo di Ariel sia stato interpretato dalla
pittrice siciliana, Gabriella Lupinacci che s’immerge,
in modo profondo in un processo creativo e immedesimativo
singolare, dando vita ad un rapporto stretto, nuovo ed
intrigante con il teatro.
Tutta la scenografia, dipinta proprio dalla pittrice,
riesce a cogliere lo sdradicamento e l'estraneità dell'uomo,
in un'atmosfera raggelante che passa dal bianco a tonalità
forti come il rosso e il nero. Sono i colori
dell'indifferenza, del dolore, del mistero, della follia e in
fine della morte.
Ariel, alla ricerca di una identità che le è stata
strappata, finisce per perdere se stessa. Lo specchio della
sua mano coglie ancora la sua vanità di donna. Le sue labbra
turgide rosso sangue, scolpite sul viso lunare, alludono alla
progressiva metamorfosi che si consumerà sul palcoscenico e al
rito sacrificale al quale la vittima ha dato il suo assenso.
Dietro una quinta che la chiude al rapporto con il mondo, la
figura illuminata dall'occhio di bue, appare aggraziata,
leggera, raccolta in sé, all'interno di una linea morbida di
movimenti yoga nello spazio. Le mani leziose anticipano lo
strazio. Tutta la forza si concentra nella voce e negli occhi,
pieni di sgomento, che urlano verso di noi spettatori che la
guardiamo e verso gli altri barboni che la scrutano: “E'
poesia o follia?”continua a chiedere, ma solo le ali potranno
ridarle l'energia, la libertà e ricondurla a Dio ed a se
stessa.
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