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Teatro e Follia NEL "BARBONE DI PARTANNA"
L'arte? E’ cosa da matti
di A. Amar

SIMONETTA GENOVA - "BEBE'"
TEATRO - Bisognerebbe
pensare che la follia è un “opportunità. Un modo alternativo
di stare al mondo. Così, alla fine del viaggio di esplorazione
nel mondo dei barboni, pensato dalla regista Anna Mauro nel
suo ultimo lavoro teatrale “Il Barbone di Partanna”, si indaga
sul rapporto tra pittura e disagio psichico e si esce con la
certezza che la creatività, legata ad un disturbo patologico,
non abbia per forza linee distorte e colori cupi, cieli
carichi d’angoscia e volti dolorosi, ma, spesso, diviene anche
la gioiosa esplosione del colore, come ultimo grido di una
emarginazione coraggiosa, pur senza vie d'uscita.
Come nelle tele di Gabriella Lupinacci che da pittrice
si cimenta in un insolito personaggio scenico: Ariel, una
barbona schizofrenica che la commedia vuole apparentemente
isolata dal consorzio umano a causa della sua diversità, ma
che poi trova aggregazione e riscatto nel genio della follia
creativa della sua estemporanea di pittura e della performance
di mimo e movimento scenico del dramma. Per Ariel, la sua arte
è un’impresa titanica. “E' pazza, pazza!!” le urlano gli altri
protagonisti. “No, pazzo è il mondo. Quello che crede di
impadronirsi della natura e dell'uomo rendendolo schiavo.
Pazzi coloro che credono che con i soldi e il potere possono
schiacciare la dignità dei fratelli, uccidere i loro sogni, le
speranze e spezzare i cuori” risponde un' Ariel che nella sua
follia, comunica al mondo sagge verità. A dar forza a questo
messaggio, interviene sul palcoscenico la simbologia
dell'arte, attraverso tele dipinte dalla stessa
pittrice/attrice: l'uomo contemporaneo, smarrito nella
boscaglia folta della civiltà malata di denaro, ha perso il
sentiero della Vita.
Una processione di uomini, la cui testa è staccata dal
corpo in una scalata verso il potere che implica solo uno
stato mentale, escludendo il coinvolgimento della coscienza e
del sentimento. Un triste specchio del mondo contemporaneo,
dove la gente sui ponti delle città medita la dannata voglia
di un suicidio; dove nelle case,
uomini in solitudine, provano una voglia disgraziata di farla
finita.
Il mondo è pieno di malessere. Il tema dei barboni, dei
senzatetto, dei disoccupati, degli emarginati, dei
disadattati, è una realtà che tocca ogni società, seppur su
questo dramma si stia assistendo sempre più ad una grande
rimozione collettiva.
I lavori della regista Anna Mauro, testimoniano il
suo costante desiderio di cogliere un punto di vista sulle
estreme condizioni umane, il tema della dignità e della
libertà delle persone, convinta che su questi ideali si debba
giocare una battaglia culturale decisiva. Tutta la sua opera
teatrale inneggia così alla verità, alla libertà, a non
lasciarsi travolgere dalle apparenze, a guardare più in
profondità gli uomini meno fortunati, per capirli e
rispettarli. Strano destino, dunque, quello dei barboni,
tirano fuori gli incubi e il dolore, rappresentando i loro
stati d’animo attraverso allucinazioni continue, storie
intimiste e tormentate di disastri finanziari e sentimentali,
in sequenze di ilarità e commozione. In loro l’alterazione
psichica o l'alcol agiscono da stupefacenti. I Barboni hanno
una fantasia che, non essendo legata a interessi, è
assolutamente libera e visionaria. Dalla fantasia del guscio
si arriva alle verità più remote e sofferte.
Ottima l'interpretazione di tutti gli attori:
l'espressività di Bebè, interpretata da Simonetta Genova,
che con il suo stile ricorda quello dei primitivi, pur con una
forza ed armonia che sono solo del delirio dei grandi
interpreti.
Le interpretazioni più estreme di Antonio Ribisi nelle
vesti di Tortoise che arriva all’autolesionismo, “gratta e ti
vengono le piaghe, gratta e ti scortichi a sangue” e di
Francesco Vinci, in scena nel ruolo di Diogene che cerca
l'uomo e lo ritrova soltanto nell'urlo e nel terrore di Munch.
“Quando ho pensato alla mia commedia” dice Anna Mauro
con l’intento di mettere in luce le cause del disagio e gli
effetti della diversità, “sono partita dall'osservazione della
realtà e della gente che vive per strada: il mio spettacolo è
un racconto di esseri lontani dalla normalità apparente ma
tanto vicini a noi. Alla fine, però, mi sono resa conto che
c’erano personaggi disturbati nella vita e invece normali
nella rappresentazione: se dipingi la pace, il sole, l'amore,
che matto sei? E altri invece apparentemente normali che si
esprimono in opere da pazzi. La coincidenza tra matto nella
vita e nell’Arte l’ho trovata in molti interpreti. Ho scelto
un cast di artisti impegnati, motivati ed entusiasti del loro
lavoro; sono diciotto professionisti dalla provenienza più
disparata: attori di prosa, di cinema, di cabaret, danzatori,
musicisti e la pittrice Gabriella Lupinacci che firma la
scenografia con i suoi colori, insieme a Simonetta Genova.
Ogni personaggio è altrove e nello stesso tempo è vicino.... e
noi abbiamo trovato quello che cercavamo : il senso di tutto
ciò.”
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