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SPETTACOLO

22 aprile 2007


PALERMO - IL BARBONE DI PARTANNA - Evento teatrale
di Aldo Reina


SALVO RUBINO E' IL BARBONE GUISCHI

PALERMO - Giovedì, al Teatro Crystal di Palermo, è andato in scena “Il Barbone di Partanna”, dramma in atto unico di Anna Mauro.

Per le miriadi di sensazioni ed emozioni sostanziate nel corso dello spettacolo, devo sincerarvi le mie palesi difficoltà nell’esprimere un giudizio distaccato ed esaustivo. A mio modesto avviso, ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale di eccellenza, una di quelle opere per cui vale la pena pronunciare con vivo entusiasmo “questo è Teatro”. Teatro nel corpo testuale, nelle risorse recitative, nella genialità della regia, nel climax complessivo, pregnante di atmosfere, luci, musicalità di voci e animazioni. Ecco perché è impossibile riuscire ad esplicitare su carta quello che lo spettacolo offre dal vivo, questo è Teatro che si deve vivere nei sensi, da spettatore totalmente coinvolto, e quando un’espressione artistica riesce ad emozionare, astrarre, a far riflettere interagendo con i contenuti proposti, ritengo che in questi rarissimi casi non si debba avere remore nell’affermare che ci troviamo di fronte ad un Evento Teatrale.

”C'è tutto un mondo intorno popolato da esseri strani. Non sono fate, nè alieni, né folletti. Sono uomini come noi. Uomini che hanno rinnegato il passato, perchè stanchi d'inseguire il futuro, scavalcando il presente. Sono lì, puoi vederli, sono ombre della notte. Lì, negli angoli, sotto i ponti, nei metrò. Eccoli! Sembrano statue, si mimetizzano. Sono il niente da ricordare, il niente da rimpiangere, il niente da programmare.”

 Il prologo introduce nel mondo degli uomini invisibili, dei bistrattati, dei falliti, dei vermi, parla degli uomini da evitare, che arrecano fastidio, disgusto, il riflesso tangibile delle paure più oscure. Ebbene, questa naturale approssimazione di giudizio, nel corso della rappresentazione, viene completamente ribaltata; lo spettatore, con un crescendo suggestivo, viene scaraventato nei meandri esistenziali dei barboni e con stupore si accorge che le angosce, le debolezze, l’umanità di questi uomini, non sono dissimili dalle proprie, si accorge che sebbene un destino spietato abbia defraudato i barboni da qualsiasi decoro esteriore, l’apparente abbrutimento, in realtà, non corrisponde con la profonda dignità umana che soggiace nei solchi lacerati dei loro sentimenti.

L’Autrice immagina una piece teatrale da rappresentare presso l’Anfiteatro di Partanna Trapani. Gli organizzatori palermitani, per fini pubblicitari e per scopi benefici, decidono di invitare allo spettacolo i barboni. L’iniziativa viene avversata dal direttore artistico che, messo in minoranza dagli altri organizzatori, ritiene opportuno accettare senza avvisare il regista. I barboni vengono accompagnati sul posto e, con il disinteresse di chi non ha niente da perdere, dopo aver sistemato coperte, cartoni e bisacce, si distendono per terra sul palco dell’anfiteatro. Contemporaneamente prendono posto nelle gradinate gli altri spettatori attori, elegantissimi ed ingioiellati, che alla vista degli accattoni manifestano altezzoso sconcerto. Il regista (interpretato con appropriata rispondenza nel ruolo da Michele Molinelli), intanto, alla vista dei barboni, monta su tutte le furie e si rifiuta di svendere il proprio prestigio artistico alla mercé degli straccioni. Alla fine si decide di sospendere lo spettacolo e di offrire agli spettatori più abbienti un ricco buffet al Palazzo Comunale. L’anfiteatro si svuota e nella scena rimangono i barboni dormienti e i tre tecnici impegnati a smontare le scene. Questi, presi da compassione, decidono di offrire vino e panini agli straccioni, sollecitandone il risveglio.

I barboni, da qui in poi, divengono protagonisti assoluti della scena raffigurando, anche in metafora, la “tragedia” in senso classico dell’esistenza.

 La negazione dei sensi è “recitata” con grande forza espressiva da Surdia (Giuseppe Cinà) e da Tarpa (Maurizio Tusa).

Surdia non vuole sentire, si tappa le orecchie per non sentire il caos della vita, fa il sordo per non sentire i rimproveri e la cascata dei risentimenti, i sibili ossessivi delle amarezze, per non sentire chi gli rinfaccia che è una cosa inutile, che non serve a niente. Surdia ascolta solo la propria voce “Sentu sulu a me vuci....”, e questo gli consente di continuare a vivere.

Tarpa, il barbone che ha rinnegato la vista, ha rinunciato agli occhi per la paura di vedere. Quando ci vedeva bene, al culmine della bellezza, la cieca ventura lo ha fatto sbattere in un palo e la sua voglia di vivere, bella come un quadro di vetro, si è frantumata in mille pezzi. Ha smarrito i colori della vita e vive nel buio Ch'è bellu u scuru!“. Nella notte vaga disperatamente  alla ricerca di quel dannato palo, con la speranza di trovare lì vicino le tessere di cristallo che ha smarrito,  e incollarle. Non le trova e per ironia della sorte, sono i cani che ogni tanto trovano lui e, scambiandolo per un palo, gli pisciano addosso. Non si può desiderare ciò che non si vede.

Il barbone Tortoise, rappresentato con impressionante capacità di immedesimazione e mimica ragguardevole da  Carmelo Modica, esprime il contrasto fra la velocità della rovina e la lentezza del sopravvivere. Tortoise è diventato una tartaruga, trascina lentamente il fardello del destino come necessità di sopravvivenza “Slowly/ Slowly/ Not in a hurry/to get them /not in a hurry/to come back/Like a tortoise/in a hurry/you will live longer” “… Senza fretta/vivi di più”. Un uomo rovinato dalla droga del gioco e dall’illusione eccitante di una facile ricchezza “… Gratta e vinci/Gratta e vinci/Gratta e vinci/Gratta!/E viene via il vestito.../Gratta!/E vengono via le mutande.../Gratta!/E ti scortichi a sangue/Gratta!/E ti viene la piaga!/Gratta!/Non sarai milionario./Sarai un lebbroso come me…”.

 Apelle, interpretata dalla bravissima Irene Ponte, ha perduto la vita e la cerca affannosamente in un cassonetto della spazzatura; non accetta il cibo che le viene offerto dai tecnici perché conosce un solo modo per nutrirsi: cercare nell’immondizia i rifiuti degli altri. E in quel gramo cibo, che si contende con i topi, ossessivamente crede di trovare l’energia per vivere “…Topastro! Torna subito qui. Quel tozzo di pane l'ho visto prima io ... che ci fai qui, micio? Non cercare di fregarmi…dividiamocela, amico! - e canta -  Apelle, figlia di Apollo, mangia col micio la pelle di pollo!...”

 Cicca, l’emarginazione dei colori, della pelle, del diverso, è traslato con sensibile slancio espressivo da Antonio Simone. Cicca è il nero mozzicone della società, è stato fumato dalla discriminazione e dalla diffidenza degli uomini “… Ho paura. Ho la pelle scura. Mi scambiano sempre per un terrorista. Che faccio io di male? Niente. Raccolgo mozziconi. Me ne servono quattro per fabbricarmi una sigaretta. Loro invece pensano che stia fabbricando un ordigno.”

 Catena, pronunciata con notevole vivacità da Sonia Saladino, reclama il carcere come la sua unica casa; è disconosciuta dagli altri barboni perché anela le catene alla libertà.

 Barbie, interpretata dalla solare Pinella Barone, è allucinata dai “babbaluci” li vede in ogni dove, perché la loro vita è semplice e sicura  “Chi su furtunati st'armali. Quannu chiovi s'arriparanu e quannu c'è suli niescinu pì manciari. A mia mi piacissi essiri com'a iddi e firriari c'una casa rarrieri.”

L’emozione del dramma si sparge nell’aria, il proscenio s’infittisce di spaccati di vita disperata e i fantasmi accattoni sollevano nuvole di cenere meditativa che impone il silenzio e l’attenzione negli spettatori. I riquadri s’accrescono e s’intersecano con suggestione espressiva sempre più crescente, tanto che si ha la sensazione di essere rapiti dai chiaroscuri esercitati da una regia tendente ad esaltare ogni personaggio in sinfonia di gruppo. In questo contesto è quanto mai intelligente, sul piano spettacolare, il contraltare recitativo dei tre tecnici, i bravissimi e giovani attori Davide Di Meglio, Claudio Mandalà e Ilenia Nuccio. Loro rappresentano lo stupore nel disvelarsi del mondo dei dispersi, in assonanza con gli stessi spettatori, riescono inoltre ad equilibrare la drammatizzazione con incursioni estemporanee nel faceto, che culminano nel comico con la figurazione esilarante della mimica dell’urlo di Munch.

Intanto i barboni continuano ad imperversare sulla scena.

E’ il momento di Diogene, la ricerca dell’angoscia, interpretato dal sorprendente Francesco Vinci. “Cerco un uomo”, gira per la platea con una lanterna, come una figura diafana, si sofferma ad osservare gli spettatori e poi, sul palco, gli altri barboni “Cerco un uomo, non un lebbroso”, alla fine trova l’angoscia nell’urlo di Munch, mimato dai tre tecnici, “… E' Munch, sì, Munch! Urla. La sua anima urla. Nessuno avverte il suo grido? Non è liberatorio, non è consolatorio. Rubatelo! Rubatelo! E' l'angoscia. … Ecco l'uomo. Ogni uomo è Munch!”

L’infanzia negata, Bebè, interpretata dalla magnifica Simonetta Genova, segna un momento di forte commozione. Trae da un logoro borsone dei vecchi giocattoli: una Barbie, un’automobilina e un animale di peluche spelacchiato. Vuole giocare. Con veemenza dice alla barbie “Tu sata! Ti rissi chi a satari! Sata! …vasinnò ti timpuliu. Sata!” e all’automobilina “Tu a curriri! Curri!... Accussì. Wroom...wroom...”, ma ormai è troppo tardi, i giocattoli non rispondono alle sollecitazioni, la fantasia è ormai perduta, non esiste più, quindi si abbandona in un canto straziante che marchia la perpetua ricerca della stagione ludica negata.

 Infine, Guischi e Ariel, i barboni che chiudono il dramma

Guischi è rappresentato dal talentuoso commediante che risponde al nome di Salvo Rubino, inutile sprecare aggettivi: è un grande attore. Il personaggio che interpreta si rivela il nucleo centrale su cui ruotano tutti i barboni. E’ in scena dall’inizio alla fine, un corollario artistico che esplicita le potenzialità dell’attore, tra il buffo e soprattutto il tragico, e persino all’esibizione in scena di assoli di violino. Guischi rappresenta la sconfitta totale dell’uomo fino al prosciugamento delle lacrime, oblia il tormento con l’alcool in uno stato perenne di ebbrezza, A mia u'n mi piaci biviri, è p'a necessità. - Io sdivacu vinu p'a necessità. Sè, picchì aju l'uocchi sicchi! U'n pozzu chianciri, u'n m'a firu cchiù a chianciri.” e alla fine, alla morte di Ariel, finalmente ritrova le lacrime, e si ritrova in un bagno di dolore e di sfogo. Estremamente emozionante il monologo finale “…nuautri semu babbaluci senza guscio. Semu viermi!..”.

 Ariel, l’artista a cui il destino sottrae la propria creatura e la spinge nell’universo della follia. Interpretata in maniera stupefacente da Gabriella Lupinacci, Ariel apre alla danza, un rituale evocativo dove esprime il dolore patito con accenti di estrema partecipazione emotiva. E’ necessario soffermarsi sulla performance che la Lupinacci è riuscita a regalare alla platea; assistita da un equilibrato impianto di effetti e luci curato da Davide Velardi.

L’artista si è esibita con una grazia cristallina e suggestione commovente, con una coreografia che stanziava dei sospesi temporali in quadri plastici di una bellezza unica. Esprime la condizione della propria pazzia, alternando alla danza un ottimo recitativo “Ma cosa credete? Di potere addomesticare il fuoco? D'imprigionare l'aria? Di ingabbiare l'acqua...di sotterrare la terra? Pazza io? No, pazzo il resto del mondo. Quello che crede d'impadronirsi della natura e dell'uomo, rendendoli schiavi. Uomo e natura sono liberi. Liberi! …” Continua a ballare, a ridere, a sghignazzare, fino a quando viene colpita da un attacco cardiaco. Ariel si spegne con un ultimo respiro effuso alla libertà che non ha mai avuto in vita.

Come si può desumere da quanto testimoniato, il testo ha una corposità di contenuti inusitati e la regia, curata dalla stessa Autrice, Anna Mauro, è riuscita ad armonizzare e compattare nella loro interezza i significati, con uno slancio e una vitalità trasbordanti in arte e poesia. Il pubblico, visibilmente commosso, ne ha tributato il successo con applausi scroscianti.

 

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31 marzo 2007

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19 aprile 2007

PALERMO - Il 19 aprile 2007, ore 21, al Teatro Crystal
Il Carrozzone presenta
IL BARBONE DI PARTANNA
di Anna Mauro
Personaggi e Interpreti

I BARBONI:

GUISCHI Salvo Rubino

ARIEL Gabriella Lupinacci

DIOGENE Francesco Vinci

TARPA Maurizio Tusa

SURDIA Giuseppe Cinà

CICCA Antonio Simone

BEBÈ Simonetta Genova

BARBIE Pinella Barone

APELLE Irene Ponte

TORTOISE Carmelo Modica

CATENA Sonia Saladino

I TECNICI DELLO SPETTACOLO: Davide Di Meglio, Claudio Mandalà, Ilenia Nuccio

IL REGISTA DELLO SPETTACOLO: Michele Molinelli

IL DIRETTORE ARTISTICO Marilia Chiovaro - L’ORGANIZZATORE Gino Bonanno - L’ADDETTO ALLE LUCI E FONICA Davide Velardi - I BENEFATTORI: Marisa Capone, Silvana Sardina, Maria Teresa Ricotta, Filippo Minneci, Caterina Giardina, Pietro Di Napoli, Alice Anselmo, Sonia Reina
I CAMERAMAN: Giulio Celano, Giulio Giardina
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Scenografie Valentina Raccuglia

Allestimento Marco Ferrazzi Emanuela Di Meglio

Fonica e Luci Davide Velardi

Trucco Sonia Reina

Regia Anna Mauro
 

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    IL TEATRO DI ANNA MAURO

IN ANTEPRIMA, SICILIA MILLENNIUM HA L'ONORE DI PUBBLICARE LA SPLENDIDA COMMEDIA DI ANNA MAURO

IL MIRACOLO 
DELLE UOVA DI PASQUA
 

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  IL BLOG CON ANNA MAURO

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7 marzo 2007

CATANIA - UN FESTIVAL DELLA CANZONE SICILIANA
PER BAMBINI

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3 marzo 2007

PALERMO - CON MARILIA CHIOVARO E GINO BONANNO, LA SEMENZOLOGA AND COMPANY di ANNA MAURO
BISSA IL SUCCESSO
di Aldo Reina

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