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PALERMO - IL BARBONE DI PARTANNA - Evento teatrale
di Aldo Reina

SALVO RUBINO E' IL BARBONE GUISCHI
PALERMO -
Giovedì, al Teatro Crystal di Palermo, è andato in scena
“Il Barbone di Partanna”, dramma in atto unico di Anna
Mauro.
Per le
miriadi di sensazioni ed emozioni sostanziate nel corso
dello spettacolo, devo sincerarvi le mie palesi difficoltà
nell’esprimere un giudizio distaccato ed esaustivo. A mio
modesto avviso, ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale di
eccellenza, una di quelle opere per cui vale la pena
pronunciare con vivo entusiasmo “questo è Teatro”. Teatro nel
corpo testuale, nelle risorse recitative, nella genialità
della regia, nel climax complessivo, pregnante di atmosfere,
luci, musicalità di voci e animazioni. Ecco perché è
impossibile riuscire ad esplicitare su carta quello che lo
spettacolo offre dal vivo, questo è Teatro che si deve vivere
nei sensi, da spettatore totalmente coinvolto, e quando
un’espressione artistica riesce ad emozionare, astrarre, a far
riflettere interagendo con i contenuti proposti, ritengo che
in questi rarissimi casi non si debba avere remore
nell’affermare che ci troviamo di fronte ad un Evento
Teatrale.
”C'è tutto un mondo intorno popolato da esseri
strani. Non sono fate, nè alieni, né folletti. Sono uomini
come noi. Uomini che hanno rinnegato il passato, perchè
stanchi d'inseguire il futuro, scavalcando il presente. Sono
lì, puoi vederli, sono ombre della notte. Lì, negli angoli,
sotto i ponti, nei metrò. Eccoli! Sembrano statue, si
mimetizzano. Sono il niente da ricordare, il niente da
rimpiangere, il niente da programmare.”
Il
prologo introduce nel mondo degli uomini invisibili, dei
bistrattati, dei falliti, dei vermi, parla degli uomini da
evitare, che arrecano fastidio, disgusto, il riflesso
tangibile delle paure più oscure. Ebbene, questa naturale
approssimazione di giudizio, nel corso della rappresentazione,
viene completamente ribaltata; lo spettatore, con un crescendo
suggestivo, viene scaraventato nei meandri esistenziali dei
barboni e con stupore si accorge che le angosce, le debolezze,
l’umanità di questi uomini, non sono dissimili dalle proprie,
si accorge che sebbene un destino spietato abbia defraudato i
barboni da qualsiasi decoro esteriore, l’apparente
abbrutimento, in realtà, non corrisponde con la profonda
dignità umana che soggiace nei solchi lacerati dei loro
sentimenti.
L’Autrice
immagina una piece teatrale da rappresentare presso
l’Anfiteatro di Partanna Trapani. Gli organizzatori
palermitani, per fini pubblicitari e per scopi benefici,
decidono di invitare allo spettacolo i barboni. L’iniziativa
viene avversata dal direttore artistico che, messo in
minoranza dagli altri organizzatori, ritiene opportuno
accettare senza avvisare il regista. I barboni vengono
accompagnati sul posto e, con il disinteresse di chi non ha
niente da perdere, dopo aver sistemato coperte, cartoni e
bisacce, si distendono per terra sul palco dell’anfiteatro.
Contemporaneamente prendono posto nelle gradinate gli altri
spettatori attori, elegantissimi ed ingioiellati, che alla
vista degli accattoni manifestano altezzoso sconcerto. Il
regista (interpretato con appropriata rispondenza nel
ruolo da Michele Molinelli), intanto, alla vista dei
barboni, monta su tutte le furie e si rifiuta di svendere il
proprio prestigio artistico alla mercé degli straccioni. Alla
fine si decide di sospendere lo spettacolo e di offrire agli
spettatori più abbienti un ricco buffet al Palazzo Comunale.
L’anfiteatro si svuota e nella scena rimangono i barboni
dormienti e i tre tecnici impegnati a smontare le scene.
Questi, presi da compassione, decidono di offrire vino e
panini agli straccioni, sollecitandone il risveglio.
I
barboni, da qui in poi, divengono protagonisti assoluti
della scena raffigurando, anche in metafora, la “tragedia” in
senso classico dell’esistenza.
La
negazione dei sensi è “recitata” con grande forza
espressiva da Surdia (Giuseppe Cinà) e da
Tarpa (Maurizio Tusa).
Surdia
non vuole sentire, si tappa le orecchie per non sentire il
caos della vita, fa il sordo per non sentire i rimproveri e la
cascata dei risentimenti, i sibili ossessivi delle amarezze,
per non sentire chi gli rinfaccia che è una cosa inutile, che
non serve a niente. Surdia ascolta solo la propria voce
“Sentu sulu a me vuci....”,
e questo gli consente di continuare a vivere.
Tarpa,
il barbone che ha rinnegato la vista, ha rinunciato agli occhi
per la paura di vedere. Quando ci vedeva bene, al culmine
della bellezza, la cieca ventura lo ha fatto sbattere in un
palo e la sua voglia di vivere, bella come un quadro di vetro,
si è frantumata in mille pezzi. Ha smarrito i colori della
vita e vive nel buio “Ch'è
bellu u scuru!“. Nella notte vaga
disperatamente alla ricerca di quel dannato palo, con la
speranza di trovare lì vicino le tessere di cristallo che ha
smarrito, e incollarle. Non le trova e per ironia della
sorte, sono i cani che ogni tanto trovano lui e, scambiandolo
per un palo, gli pisciano addosso. Non si può desiderare ciò
che non si vede.
Il
barbone Tortoise, rappresentato con impressionante
capacità di immedesimazione e mimica ragguardevole da Carmelo
Modica, esprime il contrasto fra la velocità della
rovina e la lentezza del sopravvivere. Tortoise è
diventato una tartaruga, trascina lentamente il fardello del
destino come necessità di
sopravvivenza “Slowly/ Slowly/ Not in a hurry/to get them /not
in a hurry/to come back/Like a tortoise/in a hurry/you will
live longer”
“…
Senza fretta/vivi di più”.
Un uomo rovinato dalla droga del gioco e
dall’illusione eccitante di una facile ricchezza
“… Gratta e
vinci/Gratta e vinci/Gratta e vinci/Gratta!/E viene via il
vestito.../Gratta!/E vengono via le mutande.../Gratta!/E ti
scortichi a sangue/Gratta!/E ti viene la piaga!/Gratta!/Non
sarai milionario./Sarai un lebbroso come me…”.
Apelle,
interpretata dalla bravissima Irene Ponte, ha perduto
la vita e la cerca affannosamente in un cassonetto della
spazzatura; non accetta il cibo che le viene offerto dai
tecnici perché conosce un solo modo per nutrirsi: cercare
nell’immondizia i rifiuti degli altri. E in quel gramo cibo,
che si contende con i topi, ossessivamente crede di trovare
l’energia per
vivere “…Topastro!
Torna subito qui. Quel tozzo di pane l'ho visto prima io ...
che ci fai qui, micio? Non cercare di fregarmi…dividiamocela,
amico! - e canta - Apelle,
figlia di Apollo, mangia col micio la pelle di pollo!...”
Cicca,
l’emarginazione dei colori, della pelle, del diverso, è
traslato con sensibile slancio espressivo da Antonio Simone.
Cicca è il nero mozzicone della società, è stato fumato dalla
discriminazione e dalla diffidenza degli uomini
“…
Ho paura. Ho la pelle scura. Mi scambiano
sempre per un terrorista. Che faccio io di male? Niente.
Raccolgo mozziconi. Me ne servono quattro per fabbricarmi una
sigaretta. Loro invece pensano che stia fabbricando un
ordigno.”
Catena,
pronunciata con notevole vivacità da Sonia
Saladino, reclama il carcere come la sua unica casa; è
disconosciuta dagli altri barboni perché anela le catene alla
libertà.
Barbie,
interpretata dalla solare Pinella Barone, è allucinata
dai “babbaluci”
li vede in ogni dove, perché la
loro vita è semplice e sicura
“Chi
su furtunati st'armali. Quannu chiovi s'arriparanu e quannu
c'è suli niescinu pì manciari. A mia mi piacissi essiri com'a
iddi e firriari c'una casa rarrieri.”
L’emozione del dramma si sparge nell’aria, il proscenio
s’infittisce di spaccati di vita disperata e i fantasmi
accattoni sollevano nuvole di cenere meditativa che impone il
silenzio e l’attenzione negli spettatori. I riquadri
s’accrescono e s’intersecano con suggestione espressiva sempre
più crescente, tanto che si ha la sensazione di essere rapiti
dai chiaroscuri esercitati da una regia tendente ad esaltare
ogni personaggio in sinfonia di gruppo. In questo contesto è
quanto mai intelligente, sul piano spettacolare, il
contraltare recitativo dei tre tecnici, i bravissimi e giovani
attori Davide Di Meglio, Claudio Mandalà e Ilenia Nuccio.
Loro rappresentano lo stupore nel disvelarsi del mondo dei
dispersi, in assonanza con gli stessi spettatori, riescono
inoltre ad equilibrare la drammatizzazione con incursioni
estemporanee nel faceto, che culminano nel comico con la
figurazione esilarante della mimica dell’urlo di
Munch.
Intanto i barboni continuano ad imperversare
sulla scena.
E’ il
momento di Diogene, la ricerca dell’angoscia,
interpretato dal sorprendente Francesco Vinci.
“Cerco un uomo”…,
gira per la platea con una lanterna, come una figura diafana,
si sofferma ad osservare gli spettatori e poi, sul palco, gli
altri barboni “Cerco un uomo,
non un lebbroso”,
alla fine trova l’angoscia nell’urlo di Munch, mimato dai tre
tecnici,
“… E' Munch, sì, Munch! Urla. La sua anima
urla. Nessuno avverte il suo grido? Non è liberatorio, non è
consolatorio. Rubatelo! Rubatelo! E' l'angoscia. … Ecco
l'uomo. Ogni uomo è Munch!”
L’infanzia negata, Bebè,
interpretata
dalla magnifica Simonetta Genova, segna un
momento di forte commozione. Trae da un logoro borsone dei
vecchi giocattoli: una Barbie, un’automobilina e un animale di
peluche spelacchiato. Vuole giocare. Con veemenza dice alla
barbie “Tu sata! Ti rissi chi
a satari! Sata! …vasinnò ti timpuliu. Sata!”
e all’automobilina
“Tu a
curriri! Curri!... Accussì. Wroom...wroom...”,
ma
ormai è troppo tardi, i giocattoli non rispondono alle
sollecitazioni, la fantasia è ormai perduta, non esiste più,
quindi si abbandona in un canto straziante che marchia la
perpetua ricerca della stagione ludica negata.
Infine,
Guischi e Ariel, i barboni che chiudono il dramma
Guischi
è rappresentato dal talentuoso commediante che risponde al
nome di Salvo Rubino, inutile sprecare aggettivi: è un
grande attore. Il personaggio che interpreta si rivela il
nucleo centrale su cui ruotano tutti i barboni. E’ in scena
dall’inizio alla fine, un corollario artistico che esplicita
le potenzialità dell’attore, tra il buffo e soprattutto il
tragico, e persino all’esibizione in scena di assoli di
violino. Guischi rappresenta la sconfitta totale dell’uomo
fino al prosciugamento delle lacrime, oblia il tormento con
l’alcool in uno stato perenne di ebbrezza,
“A mia u'n mi piaci biviri, è p'a
necessità. - Io sdivacu vinu p'a necessità. Sè, picchì aju l'uocchi
sicchi! U'n pozzu chianciri, u'n m'a firu cchiù a chianciri.”
e alla fine, alla morte di Ariel, finalmente ritrova le
lacrime, e si ritrova in un bagno di dolore e di sfogo.
Estremamente emozionante il monologo finale
“…nuautri semu
babbaluci senza guscio. Semu viermi!..”.
Ariel,
l’artista a cui il destino sottrae la propria creatura e la
spinge nell’universo della follia. Interpretata in maniera
stupefacente da Gabriella Lupinacci, Ariel apre alla
danza, un rituale evocativo dove esprime il dolore patito con
accenti di estrema partecipazione emotiva. E’ necessario
soffermarsi sulla performance che la Lupinacci è riuscita a
regalare alla platea; assistita da un equilibrato impianto di
effetti e luci curato da Davide
Velardi.
L’artista
si è esibita con una grazia cristallina
e suggestione commovente, con una coreografia che stanziava
dei sospesi temporali in quadri plastici di una bellezza
unica. Esprime la condizione della propria pazzia, alternando
alla danza un ottimo recitativo
“Ma cosa credete? Di potere
addomesticare il fuoco? D'imprigionare l'aria? Di ingabbiare
l'acqua...di sotterrare la terra? Pazza io? No, pazzo il resto
del mondo. Quello che crede d'impadronirsi della natura e
dell'uomo, rendendoli schiavi. Uomo e natura sono liberi.
Liberi! …”
Continua a ballare, a ridere, a sghignazzare, fino a
quando viene colpita da un attacco cardiaco. Ariel si spegne
con un ultimo respiro effuso alla libertà che non ha mai avuto
in vita.
Come si
può desumere da quanto testimoniato, il testo ha una corposità
di contenuti inusitati e la regia, curata dalla stessa
Autrice, Anna Mauro, è riuscita ad armonizzare e compattare
nella loro interezza i significati, con uno slancio e una
vitalità trasbordanti in arte e poesia. Il pubblico,
visibilmente commosso, ne ha tributato il successo con
applausi scroscianti.
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