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Non ti muovere di Margaret Mazzantini: con Sergio Castellitto, Penelope Cruz-Italia e Claudia Gerini-la moglie
Le sublimi bassezze di Timoteo
20 marzo 2006

Piove a dirotto, il tergicristallo gira a vuoto su una macchina ferma davanti ad un motorino rovesciato. Le persone viste dall’alto brulicano confusamente attorno all’accaduto come tante formiche. La macchina da presa scende lentamente e si avvicina. Una ragazzina è sdraiata a terra sotto la pioggia incessante, mentre l’acqua gocciola a scivola via sopra un casco aperto in mezzo alla strada. E’ questo l’incipit di “Non ti muovere”, film tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini, che vede Sergio Castellitto, marito della scrittrice, cimentarsi per la seconda volta come regista (dopo “Libero burro” nel ‘99).
E’ un film introspettivo e sudicio, intenso e sporco, violento e brutale. Il sudiciume ricopre Italia (Penelope Cruz), una povera prostituta vestita di stracci che affoga la sua disperazione e miseria in un trucco troppo pesante.

 Ma il sudiciume ricopre anche Timoteo (Sergio Castellitto), che anche se affermato e dignitoso chirurgo, sposato con una bella donna, perfetta e impeccabile (Claudia Gerini), non esita a violentare una donna. La donna è proprio Italia e così comincia la relazione extraconiugale di Timoteo, una relazione che è come una fuga da una vita troppo borghese e ovattata.

 Un uomo sporco, proprio come Italia, e vile: oscilla confusamente tra le due relazioni, eternamente sospeso e indeciso, squilibrando sé stesso e chi gli sta attorno. Un film introspettivo perché di fronte alla possibile morte della figlia (la vittima dell’incidente iniziale), ripercorre i quindici anni passati (età della figlia), riflettendo sulle bugie, i tradimenti, gli sbagli e i sensi di colpa.

Il flashback scorre nel film parallelo ai tragici momenti dell’operazione, in cui la figlia è appesa al sottilissimo filo della vita e lui aspetta volontariamente fuori dalla sala operatoria perché emotivamente sconvolto. Entra solo quando sembra che stia morendo e le preme violentemente il petto per non farla andare via, “Non ti muovere, Angela”. Presente e passato sono i due binari su cui passa il treno della storia, proprio come avviene nel romanzo.

 A livello narrativo, invece, i due binari sono quelli della vita e della morte. Gravidanza, nascita, aborto e morte, percorrono il film mescolandosi ripetutamente. Significativo il momento in cui subito dopo l’inquadratura della testa sanguinante della figlia sul lettino, appare Timoteo in ascensore con in braccio la figlia appena nata, nascita avvenuta in concomitanza con l’episodio drammatico dell’aborto (costretto dall’abbandono di Timoteo) di Italia.
La trasposizione di Castellitto è volutamente fedele al testo scritto, anche in pellicola i piani temporali si alternano, e intere scene e dialoghi sono perfettamente identici. Ovviamente l’adattamento comporta sempre qualche sacrificio. Quello più rilevante è l’eliminazione della voce narrante del protagonista (Timoteo – Castellitto): i pensieri sono stati trasformati in dialoghi e immagini. Avendo letto il libro, forse il film appare molto più suggestivo, perché non sempre il pensiero di un particolare momento viene reso visivamente: se è stato letto il libro, capita che dietro agli sguardi, alle smorfie, e agli occhi lucidi, affiorino alla mente i pensieri dei personaggi, rendendo più completa ed emozionante la scena. Una per tutte quando nel finale Timoteo chiede a Italia “Cosa guardi?” e poi tutti e due sul letto di ospedale guardano il soffitto. Solo chi ha letto il libro sa che Italia guardava il figlio che non ha mai avuto, che la stava venendo a prendere. Tuttavia questo è solo un surplus, perché il film emoziona a prescindere dalla fonte da cui è stato tratto, insomma brilla di luce propria. Dolorosamente toccante grazie alle scene drammatiche (aiutate visivamente dalla pioggia, spesso presente) ma soprattutto per la straordinaria bravura degli attori, la Cruz nella sua bellissima bruttezza è eccezionale, pietosa, semplice, arrendevole e sottomessa, la sua parlata spagnola (non ha voluto essere doppiata) non intacca minimamente il carattere del personaggio. Castellitto invece convince più nelle scene dolorose (bravissimo), che in quelle erotiche.
 Musiche intense, un’inedita canzone di Vasco Rossi scritta apposta per il film e la passionale “Gli amori" (Toto Cutugno, Salvatore de Pasquale)”.
E’ una storia struggente in cui Timoteo pur nei suoi irreparabili sbagli, riesce alla fine a riscattarsi e a risalire dal fango di una vita miserevole fino ad allora vissuta.


 

 

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Non ti muovere
Regia: Sergio Castelletto
Sceneggiatura: Sergio Castelletto, Margaret Mazzantini
Interpreti: Penelope Cruz, Sergio Castellitto, Claudia Gerini, Angela Finocchiaro,
Marco Giallini, Pietro De Silva, Elena Perino
Musiche originali: Lucio Godoy
Montaggio: Patrizio Marone
Fotografia: Gianfilippo Corticelli
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Zaira De Vincentiis

Tratto dal bestseller omonimo, Non ti muovere è la storia di una passione travolgente, dei sensi e dell’anima, che rischia con il suo impatto di stravolgere il destino del protagonista, Timoteo, medico chirurgo ormai avvezzo alle sicurezze e alle ipocrisie della vita borghese. L’apollinea moglie Elsa - con la sua perfezione ed equilibrio che è anche freddezza e calcolo - e la dionisiaca amante Italia - che incarna invece la passione, il disordine e il caos dei sentimenti - rappresentano per Timoteo i due estremi esistenziali fra cui non riesce a scegliere. È rimbalzato infatti fra le due possibilità di vita, così diverse e speculari, fra il dover essere e l’essere quello che si è, fra gli obblighi sociali e la libertà del sé, fra la monotonia del quotidiano e l’eccitazione delle possibilità ancora aperte. Come spesso accade, sarà la vita a scegliere per lui. Anche se il ricordo di quell’amore abortito lo accompagnerà a lungo nell’esistenza, almeno fino a quando un segno del destino lo aiuterà a capire che è arrivato il momento di liberarsi del passato, del suo fardello e della sua memoria.
L’amore è cieco, sordo e muto. L’amore non sceglie, siamo noi a essere scelti dall’amore. L’amore è inaspettato, inopportuno, destabilizzante. Non vorremo mai amare, eppure il ricordo di chi ci ha amato ci accompagnerà per sempre. L’amore è un’irrealizzabile utopia, è fonte di sofferenza e pena. Nulla possiamo, l’unica salvezza è abbandonarsi alle emozioni che suscita in noi. A qualunque costo. O, almeno, questa è la scelta che fa Italia. Amare incondizionatamente Timoteo, aspettarlo per ore e ore, vivere per lui. Dargli tutto quello che la moglie Elsa non saprà mai dare: devozione, abbandono, abnegazione. È una donna da poco, forse. Ma è una donna che sa amare.
Chi aveva apprezzato il romanzo, non potrà che adorare il film. L’interpretazione di Sergio Castellitto è di un’intensità ineguagliabile, Penélope Cruz ci sorprende perché regge il confronto con quello che ormai è indubbiamente uno dei migliori attori italiani viventi. Convincenti anche gli altri interpreti: dalla Gerini alla Finocchiaro fino a Giallini. E sbalorditi ci lascia soprattutto la capacità registica di Castellitto che riesce a commuoverci, coinvolgerci, “tirarci dentro” lo schermo: siamo noi che viviamo questa storia, siamo noi Italia e Timoteo. Senza scadere mai nel sentimentalismo. Ottima la selezione musicale, persino Toto Cutugno come colonna sonora della scena del viaggio verso sud è perfetto. E non a caso la scelta delle canzoni cade spesso sulla musica di casa nostra quasi a dire – se non a urlare – che questo è cinema italiano!