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PALERMO - Anteprima della commedia
brillante
“Arrivano i Luocchi” di Anna Mauro
al Teatro Crystal di Palermo
“Storia di vita e di santi”
di Aldo Reina
14 ottobre 2008

PALERMO -
Vastasata colorita nel primo atto, di cui vi è copiosa
letteratura negli annali del teatro popolare siciliano, con i
caratteristici personaggi dei venditori al banco del mercato
storico palermitano di Ballarò; astrazione surreale e
ultraterrena nel secondo atto, che ascende fino al paradiso
per rappresentare i Santi patroni di Palermo, conosciuti e
ignoti; significativo sermone dalla viva voce in luce della
Santuzza nel finale, per ammonire, con immarcescibile grazia e
beata fierezza, l’incalzante disamore che i palermitani
impunemente manifestano alla propria protettrice negli ultimi
tempi.
Questi gli ingredienti tracimati
dalla fervida mente creativa di Anna Mauro, autrice e regista
della pièce teatrale, che, abilmente dosati, miscelati e
amalgamati, sollecitano al diletto e alla riflessione gli
spettatori in sala. La portata di “Arrivano i Luocchi” è
servita, quindi, con la qualità di una pietanza appetitosa,
dai sapori forti, ora dolci ora salati, e con un gusto e un
retrogusto di notevole sapidità artistica.
La prima scena, come accennato,
si affaccia nella Ballarò di ieri e di oggi, immutata e
immutabile, i personaggi sono pittoresca rappresentazione
dell’universo assimilabile alla tipicità di ogni singolo
mercato popolare, dove è impossibile disunire il colore, il
calore e il caos organizzato dalle voci furibonde della
abbanniatura, stregua di un primitivo richiamo
promozionale, che s’intersecano voraci di storia e tradizione
all’attenzione dei passanti.
Abbiamo così ‘a Limunara
(Pinella Barone), ‘u Purparu (Salvo Rubino), ‘u
Quarumaru (Francesco Vinci) e ‘u Pisciaiolo (Davide
Di Meglio) che si esibiscono, al colmo della loro
lussureggiante lucchia, in una sarabanda di intrecci
farseschi esuberanti assestati nella gestualità, nella
caratterizzazione, nelle espressioni, nelle contrapposizioni
idiomatiche di puro e nerboruto vernacolo siciliano, urla,
abbanniate, che esplorano un modus vivendi grezzo e vigoroso.
La recitazione è sincera nella
piena assimilazione dei personaggi ed è tangibile il
divertimento che gli attori palesemente esprimono nel calarsi
in quei panni, in un crescendo di gags dalla strabordante
giocondità.
Il sipario chiude il primo atto
mentre in scena avviene un’esplosione e i quattro personaggi
stramazzano sul proscenio.
Sulle note della straordinaria
musica di Giovanni Allevi il secondo atto apre al paradiso. La
scenografia cambia radicalmente, le atmosfere diventano
eteree, celestiali, tessuti trasparenti e fumo divino invadono
la scena, tuttavia l’apparente evanescenza non rovina nemmeno
marginalmente l’umanizzazione dei personaggi che, per quanto
angeli e santi, hanno una connotazione fortemente
personalizzata. Grazie all’oculato registro di regia, il primo
e il secondo atto mantengono una linea di continuità
ragguardevole nella genuinità con la quale gli
attori/personaggi si muovono in scena, si affermano, si
altercano, si relazionano: profano e divino diventano un’unica
espressione di emozioni e reazioni, di esistenzialità
espressiva.
Così Sant’Onofrio ‘u pilusu
(Claudio Mandalà) diventa parrucchiere per sante, gli
Angioletti (Rebecca Ciani e Marta Modica) scorrazzano per
la scena come libellule impazzite, Santa Hildegarda von
Bingen (Simonetta Genova) assume le venerabili sembianze
alemanne di suora animatrice del villaggio Paradiso,
Sant’Anna (Silvana Sardina) quelle di guida spirituale di
gossip e affini, per le parentele divinamente altolocate di
cui si pregia, Santa Chiara ‘e Napule (Rosanna
Roccamatisi) gorgheggiatrice estasiata ed estasiante dei canti
ufficiali dell’eden, Santa Lucia (Caterina Giardina)
cieca paciera svampita ovvero sostanza maculata in divergenze,
e Santa Santa (Sonia Saladino) santa onnicomprensiva di
santità per antonomasia.
Le anime immacolate aspettano di
ricevere le novelle anime di illustri dipartiti e
l’eccitazione regna divina per come e chi debba accoglierle.
Anche qui, come nel primo atto, le scene si accavallano
esilaranti e il brio d’assieme degli attori prende e diverte
nella originalità delle battute, delle pose e frizzi e lazzi
paradisiaci, con vaporoso candore e fascino parsimonioso, che
non varca mai i confini delle sovrabbondanze espressive,
mantenendosi in un piano di arrembante grazia raffigurativa.
Arriva la notizia che una
bomba è esplosa nel mercato di Ballarò e quattro anime sceme
sono in arrivo in paradiso; a quanto pare l’ordigno doveva
deflagrare negli studi della ben nota trasmissione “Ballarò” e
gli attentatori, per lucchia congenita, hanno commesso un
tragico errore. L’angioletto Rebecca avverte con apprensione
il sacro consesso “Non sono quelli che aspettavamo…non sono
persone importantissime… e l’angioletto Marta
rincara ”Su fissa chiddi chi stannu
acchianannu! Ma fissa vieru! Su luocchi!”
Naturalmente in paradiso le
discriminazioni non hanno dimora e pertanto le quattro tenere
anime sono accolte con tutte le attenzioni, squilli di tromba
e canti sinceri, salvo poi ad essere affidate alle quattro
sante patrone palermitane dei quatto canti: Sant’Oliva
(Rosalia Barravecchia), Santa Cristina (Serena Mauro),
Sant’Agata (Valeria Chiaro) e Santa Ninfa (Carla Crisenza).
Anche in questo passaggio l’interpretazione risulta quanto mai
divertente e brillante, con i quattro luocchi al centro della
meraviglia, proni a più non posso davanti a cotanta santità e
Santa Oliva a far da insegnamento e concetto dei tanti
protettori di Palermo, ben trentuno.
Nel finale la parte più
suggestiva. Con un sapiente equilibrio di luci appare in scena
in tutto il suo splendore la più amata delle sante, la
Santuzza.
Santa Rosalia
(Sonia Reina) ha portamento solenne e sguardo accigliato,
le quattro povere anime rimangono abbagliate e soggiogate da
tanta magnificenza e l’ascoltano con timore e riverenza. La
Santuzza si lamenta che i palermitani non hanno più rispetto,
non salgono più a Monte Pellegrino per una preghiera…”sugnu
troppu siddiata…Vuogghiu a devozione. U’n m’abbannunati.
Sulu accussì vi pozzu aiutari a cummattiri a vostra malatia…
siete appestati di egoismo e date la colpa di tutti i mali
agli altri e mai a voi stessi, niente si muove senza armonia
Riciticcillu a popolazioni” Conversa con i quattro
devoti affermando che il Festino deve essere una festa di
gioia per tutti i palermitani e non volgare diatriba contro il
politico di turno. Quindi li rimanda nella sua amata Palermo
“Scinniti scinniti ntò scuru ri na
città maliritta e abbanniaticcillu Un ci rati a curpa all’autri…Picchì
siti na razza bastarda e propriu pi chistu siti i miegghiu!
Siti i miegghiu! Siti i miegghiu! Semu i miegghiu!
I quattro luocchi scendono
dal proscenio e in climax attraversano la platea
ripentendo ad alta voce la verità storica assimilata dalla
voce della Santuzza: Picchì siti 'na razza bastarda e
propriu pi chistu siti i miegghiu! Siti i miegghiu! Siti i
miegghiu! Semu i miegghiu! Il sipario si chiude.
Naturalmente non è questo lo
spazio per le dovute riflessioni sul messaggio insito
nell’ultima parte della commedia. Anna Mauro, come in ogni
sua opera, mescola l’aspetto comico-funambolesco alla
riflessione, esplorando percorsi sociali e antropologici di
indubbio realismo, lasciando allo spettatore un quid di
pienezza artistica su cui il pensiero è libero di sorvolare o
sostare.
Ultime annotazioni sul cast
La commedia è stata
rappresentata al top delle possibilità artistiche, si è avuta
la sensazione di una predominante comunanza d’intenti,
l’equilibrio nella recitazione ha reso protagonista ogni
singolo attore e tuttavia la resa complessiva ha esaltato il
gruppo nella propria interezza, senza slanci individuali di
rischio atti a depauperare l’insieme. Per questo motivo non si
ritiene opportuno passare in rassegna una o più performance in
particolare, plauso convinto agli attori, quindi, il rilievo è
proprietà di ognuno e di tutti.
Adeguata e funzionale la
scenografia di Michele Randazzo. Estremamente attenta e
professionale la cura delle luci e della fonica di Arcadia
service e Livio rubino.
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