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IMPRESSIONI DOPO IL TRAMONTO di una spettatrice del Tributo ad
Astor Piazzolla del 28 ottobre 2007 AL Centro Congressi
Marconi di Alcamo
di Simonetta Genova
ALCAMO -
Una domenica, nel tardo pomeriggio, si pensa di ascoltare
della buona musica proposta dall’Associazione Amici della
Musica di Alcamo. L’iniziativa si chiama “Tributo ad Astor
Piazzolla”. L’auditorium Marconi è luminoso e bianco di
marmi lucidi. Mentre mi dispongo all’ascolto del concerto, mi
sorprende una voce calda che introduce la figura di questo
musicista rivoluzionario, irriverente e appassionato come solo
i geni sanno essere. Poi, a tradimento, sono catturata dal
suono sobrio e misterioso della chitarra classica.
La musica dei Cinco Piezas si insinua dentro di me con
gradualità; mi avvolge a poco a poco; lentamente mi invita ad
oltrepassare una soglia oltre la quale si possono intravedere,
solo per un attimo evanescente, universi immaginari.
Comprendo adesso le parole del narratore, che ci descrive
“alterazioni ritmiche”, “giochi di sovrapposizione di più
melodie”. Un po’ come i pittori impressionisti, colpiti da
forme, luci e colori, io divento il bersaglio delle armonie di
suoni prodotte, con emozione visibilmente trattenuta, da
Davide Velardi. Il suo dolce dialogo con lo strumento e le
dita veloci sui tasti evocano immagini rimaste patrimonio
esclusivo della mia mente in quel momento. Eppure sono certa
che analoghe sensazioni quella musica produce sugli altri
attentissimi ascoltatori: tutti sembrano percepire i suoni non
come frammenti isolati, ma cogliendo l’impressione della loro
totalità, e quindi ricostituendo una nuova realtà emozionale,
che abbatte i confini dello spazio fisico in cui agisce il
giovane musicista.
Il narratore, Salvo Rubino, con un fare intrigante che
richiama quello del mitico “Gato”, ci rivela la
personalità del grande tangueiro che, fortemente criticato
dagli altri compositori, osò assurgere al livello di musicista
colto, tagliando il cordone ombelicale che legava il tango
all’omonima danza e trasformandolo in musica da ascoltare, al
pari di quella sinfonica o del jazz.
Poi l’attore lascia spazio al flauto traverso di Concetta
Maria e alla chitarra di Alessandro Blanco. Se per i Cinco
Piezas mi era sembrato che il bianco dell’auditorium si
trasformasse in una penombra azzurrina, d’atmosfera, con l’Histoire
du Tango l’aria attorno a me improvvisamente si riempie di
colori: bolle variopinte esplodono in bagliori rossi, blu,
dorati, e mi sembra di vedere distintamente fumosi caffè ed
equivoci locali, pieni del vocio degli avventori attirati da
gambe formose. È una musica allegra e travolgente, cui fanno
da contrappunto inequivocabili cenni di intesa fra il
chitarrista e la flautista…
La voce di Salvo Rubino si fa suadente, ed evoca con le
parole di Anna Mauro la personalità di quest’ “uomo lirico,
introspettivo, dalla sensibilità raffinata”; poi ci invita
a lasciarci trasportare “al di là del tempo, al di là dello
spazio, lì, dove la dimensione è nobile e raffinata”; infine
ci avverte: “proverete emozioni vere e una straordinaria
voglia di volare”. E così è.
Giorgio Buttitta e Davide Velardi appaiono con la loro
mise rigorosamente nera, raggiungono le postazioni con passi
felpati, si tendono di anticipazione, si guardano e uniscono
le loro chitarre. È un trionfo di virtuosismi, unisoni,
percussioni della cassa e sguardi divertiti.
L’auditorium è inondato di bagliori luciferini, ma
nulla di malefico sta accadendo: eccolo, finalmente, il tango
come “affermazione d’identità”, “rito che libera dalle angosce
della vita”, slancio “del rifiuto delle regole, della
composizione svincolata da ogni catena e da ogni imposizione”.
Non so più se condividere anche queste parole dell’autrice del
testo: “Il tango di Piazzolla è un tango da concerto. Non
si balla … si ascolta”.
Personalmente, qui in platea, sto fremendo. Infatti nella
Tango Suite l’energia è incontrollabile e gli applausi che
accolgono la fine del pezzo sono semplicemente perfetti per
concludere questa armoniosa e composita performance.
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