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PALERMO - Trovato il corpo del ricco possidente Pietro Licari, scomparso il
13 gennaio scorso, fermati due operai che hanno confessato
14 febbraio 2007
PALERMO -
Dopo un mese dalla scomparsa risalente al 13 gennaio scorso, è stato
trovato morto Pietro Licari, nelle campagne di Partinico (Pa) dentro un
pozzo. Carabinieri e magistrati stanno effettuando i rilievi e le ispezioni.
Due persone sono state fermate dai carabinieri su ordine della procura di
Palermo nell'ambito delle indagini sul sequestro. I due sarebbero operai che
avevano lavorato per il proprietario terriero. I due indagati, Giuseppe Lo
Biundo, 18 anni, e Vincenzo Bommarito, 22 anni, sono stati interrogati a
lungo fino a quando il primo ha confessato l' uccisione di Licari e
indicando agli investigatori dove trovare il cadavere, non lontano dal
casolare in cui era stato rapito.
Lo Biundo, con i carabinieri, è arrivato nelle campagne di Partinico
con un elicottero. Gli investigatori, subito dopo la notizia del sequestro,
un mese fa, ipotizzarono che Pietro Licari potesse essere stato rapito da
persone a lui vicine, che conoscevano le sue abitudini e i suoi averi.
Si ritenne anche che i rapitori potessero aver ucciso Licari per
muoversi più liberamente al momento di intascare il riscatto chiesto alla
famiglia. E per l'appunto nella ricerca del corpo del sequestrato, vennero
effettuate decine di battute nelle campagne palermitane, soprattutto in
prossimità di pozzi d'acqua in disuso e cave.
Dopo qualche tempo dalla prima richiesta di riscatto, i rapitori si
erano rifatti vivi con la famiglia Licari. La procura che aveva chiesto e
ottenuto il blocco dei beni chiese poi al gip di sbloccare una somma di 300
mila euro, richiesta dai rapitori, per consentire un contatto tra i
familiari e i sequestratori e magari uno scambio. Tutto inutile però.
Pietro Licari avrebbe
reagito durante la sua prigionia rimanendo ucciso durante una
colluttazione con i rapitori. I malviventi lo avrebbero incatenato e
sistemato nel pozzo che doveva essere un nascondiglio sicuro per il tempo
necessario a riscuotere il riscatto. Ma qualcosa evidentemente non è andata
secondo i loro piani scellerati.
Ora sarà compito del medico legale stabilire la data e le cause della
pietosa fine di Pietro Licari, 68 anni. Dalle prime battute, l'anziano
possidente sequestrato il 13 gennaio scorso giorni fa nelle campagne tra
Partinico e San Giuseppe Jato, era subito apparso come un sequestro
"anomalo", sia per le modalità sia per la somma richiesta ai familiari
(circa 300 mila euro) attraverso lo stesso cellulare della vittima. In
Sicilia, avevano sottolineato gli inquirenti, da tempo le organizzazioni
criminali non compiono sequestri, in linea con una scelta tattica di Cosa
nostra che mira a evitare la risposta dello Stato.
Il fuoristrada dell'imprenditore era stato trovato con le portiere
aperte, in un appezzamento di terreno di proprietà della stessa vittima
del sequestro. Per mettersi in contatto con i familiari di Licari, che
vivono a Roma, i rapitori avevano utilizzato il suo stesso cellulare. Tre
giorni dopo si erano fatti vivi nuovamente, questa volta utilizzando una
cabina telefonica.
Poi nessun'altra telefonata per molto tempo. Il procuratore della
Repubblica di Palermo, Francesco Messineo, aveva dichiarato a caldo che
l'ipotesi privilegiata dagli inquirenti era quella di un sequestro "ad opera
di menti non raffinate, gente inesperta".Le indagini si erano subito
indirizzate verso le persone più vicine al possidente, che avevano
intrattenuto con lui rapporti di lavoro. Come i due braccianti arrestati.
La moglie e i figli di Piero Licari avevano rotto il silenzio stampa
il 6 febbraio scorso, quando avevano diffuso un appello ai rapitori
dicendosi "profondamente addolorati e preoccupati per il protrarsi della
prigionia" e dichiarandosi "pronti al perdono" pur di potere riabbracciare
al più presto il loro congiunto.
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