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PALERMO - Assemblea annuale
dell'Ordine
dei Giornalisti di Sicilia
La relazione del presidente Franco Nicastro
LO STATO DELLA PROFESSIONE IN SICILIA

FRANCO NICASTRO
PALERMO -
Ci sono molte buone ragioni per considerare in una
luce complessivamente positiva il bilancio del lavoro svolto
da questo Consiglio nel corso del suo mandato che sta
volgendo al termine. E positivo è stato anche il clima in cui
sono state affrontate questioni centrali della professione
come la difesa della sua autonomia, il rispetto dei principi
deontologici fondamentali, la disciplina degli accessi, il
sostegno al compito sempre più difficile del sindacato nella
tutela del ruolo e dei diritti dei giornalisti, l’attenzione
rivolta alla formazione e all’aggiornamento dei colleghi.
Aggiungerei come elemento qualificante l’impegno con
il quale sono state in questi tre anni promosse e gestite
iniziative di contenuto culturale che rappresentano
ormai un patrimonio consolidato e riconosciuto di questo
Consiglio e ne hanno connotato in misura considerevole
l’attività.
Considero infine un punto d’orgoglio, che condivido
con tutti gli altri consiglieri, i risultati di gestione
testimoniati in modo inequivocabile dal bilancio economico
che anche quest’anno, come ha puntualmente riferito il
tesoriere, si chiude con un attivo. È il frutto di una linea
improntata a uno stile di sobrietà nelle spese e alla
prosecuzione di un’azione attenta e sistematica di recupero
delle quote e delle somme a credito. La condizione di buona
salute dei conti permette di mantenere una gestione
equilibrata del personale ma ci offre anche lo spunto per
pensare a rendere gli uffici più efficienti. Il sistema
informatico è stato recentemente potenziato, ammodernato e
allineato alle nuove esigenze. Il sito, curato e costantemente
aggiornato, è diventato un punto di riferimento per i colleghi
e uno strumento essenziale di informazione. Ma non basta. La
prossimità della conclusione del mandato non consente di
coltivare progetti di ampia portata, ma non può sfuggire a
nessuno il fatto che la crescita del numero di iscritti e del
volume dell’attività svolta comporta la necessità di disporre
di locali più spaziosi e direi anche più decorosi. Gli spazi
non bastano più. Le pratiche e i fascicoli non possono essere
accatastati sui tavoli. L’archivio va custodito e
salvaguardato in condizioni e in posti più idonei. È un
problema che questo Consiglio ha già avvistato. E che ora può
solo segnalare a quello che verrà come uno degli obiettivi
primari e più urgenti della prossima consiliatura.
Il tema centrale di questa relazione è la condizione
attuale della professione in Sicilia, che non è tanto
diversa dal resto del paese ma qui sconta le carenze
strutturali del mercato del lavoro e nelle aziende più
importanti una rigidità degli editori che in qualche modo è
perfino maggiore di quella che si riscontra in campo
nazionale. Qui si sta facendo leva sulle nostre debolezze e su
alcune divisioni per drammatizzare oltre misura la sfida al
sindacato in occasione degli scioperi per il rinnovo del
contratto di lavoro, scaduto da oltre due anni, e in alcune
vertenze aziendali. Emblematico, come si è avuto modo di
segnalare anche l’anno scorso quando la vicenda cominciava a
rivelare la sua enorme dirompenza, è il caso di
Telecolor, una delle più importanti emittenti
storiche siciliane del gruppo Ciancio. Con la motivazione che
bisognava ridurre i costi, l’editore ha licenziato nove
redattori individuandoli proprio tra i colleghi che, in
ragione del loro cursus professionale, avevano un contratto
Fnsi.
Questa vertenza, che ha uno strascico giudiziario e uno
deontologico proprio davanti a questo Consiglio, ha una
valenza simbolica perché segna drammaticamente un
crinale sindacale: ci fa prendere coscienza del fatto che
d’ora in poi gli editori, e Ciancio in modo particolare,
faranno ricorso massicciamente e, aggiungerei, disinvoltamente
a tutti quei rapporti e a tutti quei contratti che
attenueranno pesantemente le tutele e le garanzie dei
giornalisti.
La Sicilia è diventata così il campo di
sperimentazione di una strategia che mira a orientare la
condizione professionale verso il precariato. È bene
dire queste cose con una chiarezza spietata: serve almeno a
segnalare ai colleghi, e soprattutto a quelli che non
aderiscono agli scioperi, qual è la vera posta in palio nella
dura vertenza del rinnovo contrattuale. Serve anche a mettere
in guardia tanti giovani, che premono per entrare nei
territori della professione, dal rischio di fare poi i conti -
prendo a prestito un titolo di Balzac – con le illusioni
perdute.
In questi giorni un libro bianco sul lavoro nero ci
offre molti spunti per una riflessione preoccupata sul futuro.
I giornalisti professionisti contrattualizzati sono circa 12
mila. Sono invece 20 mila coloro che fanno un lavoro senza
contratto, a tempo determinato o a tempo indeterminato. Questo
è il popolo dei collaboratori e dei
precari nel quale si ritrovano anche quelli che
magari questo lavoro svolgono pur senza essere iscritti
nell’albo professionale.
La loro legittima aspirazione ha trovato negli ultimi
tempi tante scorciatoie. E tutte, ci dicono le cifre
dell’Inpgi, hanno contribuito a comporre un quadro assai poco
rassicurante. Nel 2005 la gestione separata ne contava 21.171.
La gran parte (14.780) è concentrato nella fascia di età che
va dai 30 ai 45 anni. Sono invece 5.633 quelli che vanno dai
45 ai 60 anni di età. Ciò significa che la gestione separata,
quella che gestisce i contributi di chi non ha un vero
contratto di lavoro, è il rifugio dei più giovani e dei
giornalisti meno tutelati. E rappresentano globalmente quasi i
due terzi dell’intera categoria. Se poi consideriamo che la
maggior parte dei contrattualizzati vive e lavora nel
Centro-nord, possiamo concludere che, fatte le dovute
proporzioni, si trova al Sud la sacca più estesa del
precariato. È un problema con il quale dobbiamo tutti
confrontarci. E che accende un riflettore sui meccanismi di
accesso. Dobbiamo però stare attenti a non ricercare solo
rimedi di tipo corporativo. Lo dico tenendo sempre presente
l’esigenza di non offrire alcuna sponda a chi vorrebbe fare
sparire l’Ordine che viene considerato appunto un residuo
corporativo e invece è rimasto ormai l’ultimo baluardo a
difesa dei valori della professione e della sua indipendenza.
Gli accessi vanno governati contemperando due esigenze:
quella di tenere una porta sempre aperta alle aspirazioni di
tanti giovani e quella di orientare la crescita della
professione in modo compatibile con le opportunità del
mercato. Ciò vuol dire portare nella professione non solo i
principi fondanti della credibilità e dell’indipendenza ma
anche giovani leve in grado di competere con le sfide della
qualità e dei contenuti. Rispetto alla complessità dei nuovi
orizzonti professionali (digitale, on line, multimedialità)
decisiva appare la strada della formazione. Questo è un
mestiere che si apprende sul campo ma non solo sul campo.
Parte da questa semplicissima considerazione la scelta
compiuta ormai alcuni anni fa dall’Ordine nazionale di creare
un sistema di scuole di giornalismo distribuito sul
territorio. Certo, ci siamo arrivati con un po’ di ritardo se
si pensa che la scuola di giornalismo della Columbia
University, tanto per citare la più prestigiosa, ha un secolo
di vita. In questo sistema, che ha sottratto agli editori il
potere assoluto di decidere chi può fare il giornalista e chi
no, la Sicilia c’è. E questo dovrebbe già essere un punto di
orgoglio. Come pure, a proposito di formazione, va considerato
con vivo compiacimento lo sforzo compiuto da questo
Consiglio per creare qui in Sicilia una struttura stabile per
la preparazione dei praticanti agli esami di idoneità
professionale. Questi corsi, come si sa, sono ormai
obbligatori per i candidati. Già a ottobre si è tenuto a
Siracusa il primo ciclo, organizzato in collaborazione con la
sezione dell’Assostampa di quella città. È stata, va subito
testimoniato, un’esperienza positiva: lo dicono anche i
risultati ottenuti dai nostri praticanti; lo conferma il fatto
che quel corso era l’unico organizzato dall’Ordine di una
regione meridionale. È già partita l’organizzazione del
secondo ciclo, che si terrà sempre a Siracusa tra il 15 e il
21 aprile.
Chi sono i nostri praticanti? Una ricognizione sul
loro percorso conferma ciò che si è appena detto sul nuovo
mercato del lavoro. Pochissimi vengono ormai dalla strada
regolare tracciata dalla legge del 1963. Alcuni (30 in un
biennio, quindi 15 ogni anno) escono dalla scuola
universitaria che oggi è un master riservato a laureati. Tutti
gli altri – e sono la stragrande maggioranza – sono free
lance, cioè impersonano il nuovo profilo professionale di un
giornalista che vive quasi senza tutele e che ricava il suo
reddito attraverso una pluralità di rapporti. Questo Consiglio
ha dovuto prendere atto delle innovazioni, devo dire molto
sentite, introdotte nel vecchio sistema di reclutamento dal
Consiglio nazionale. E si è preoccupato di accertare, prima di
accogliere le domande, che nei singoli casi si potessero
riscontrare alcuni requisiti essenziali: che la professione
fosse cioè svolta in forma esclusiva e sistematica e non
episodica e occasionale. E comunque ogni caso è passato
attraverso un vaglio critico equo e rigoroso, necessario per
non ingolfare gli elenchi e per dare riconoscimento solo a chi
lo merita. Come nei fatti è accaduto.
L’esigenza di contenere le dimensioni di questa
relazione mi impone di fare solo qualche cenno a tanti altri
temi che avrebbero meritato una specifica analisi.
Metto al primo posto la deontologia, un terreno sul quale sono
stati compiuti vari interventi per imporre non solo il
rispetto di regole basilari ma anche per richiamare i colleghi
al rispetto della privacy e dei minori: non ci sono state
violazioni eclatanti ma in alcuni casi sono stati riscontrati
eccessi mediatici che poco si conciliano con lo spirito delle
norme e talvolta con i diritti delle persone. Quando i limiti
sono stati superati sono state prese le decisioni necessarie
ma in prima battuta si è preferito prevenire eventuali
violazioni con il richiamo delle norme che regolano questa
materia. L’attenzione e l’autodisciplina vanno sempre attivate
per evitare che, come nel caso delle intercettazioni, le
limitazioni vengano imposte da altri, dal garante nel caso
specifico. È storia molto recente per non ricordare quei
provvedimenti che si muovono sull’incerto confine tra la
libertà di informazione e la tutela di personaggi toccati da
vicende giudiziarie. La dignità della persona va sempre
salvaguardata ma non possono essere chiamati a pagare solo e
sempre i giornalisti quando si verificano fughe di notizie che
entrano nel circuito mediatico perché qualcuno le ha fatte
fuggire. È sempre un esercizio pericoloso frenare il ruolo di
denuncia e di informazione della stampa.
Non posso concludere questa relazione senza rivolgere
un ringraziamento sentito e sincero al personale e ai colleghi
consiglieri. A tutti, e senza distinzioni, per la
lealtà, la competenza e l’impegno assicurato. Al segretario
Riccardo Arena per l’enorme mole e l’accuratezza del lavoro
svolto. Al vice presidente Santo Gallo, ormai punto di
riferimento certo del Consiglio. Al tesoriere Salvo Li Castri
a cui va riconosciuta l’attenta gestione economica che ha dato
risultati tanto significativi. E grazie anche al ruolo
responsabile e apprezzato svolto dai revisori dei conti e dal
loro presidente Placido Ventura. Devo aggiungere
l’apprezzamento sincero per il contributo dato dagli altri
colleghi Angelo Meli, Concetto Mannisi, Leonardo Romeo e,
specie per le iniziative culturali e per l’organizzazione del
premio Francese, da Giuseppe Lazzaro Danzuso.
Qui finisce praticamente un mandato di tre anni.
Vi chiedo di giudicarlo senza benevolenza ma con rigorosa
schiettezza e con la certezza che tutti abbiamo cercato di
interpretare al meglio il compito che ci è stato affidato.
Siamo stati in questo posto con senso di responsabilità ma,
devo dire, anche con piena legittimità. Proprio nei giorni
scorsi la corte d’appello di Palermo ha respinto un ricorso
contro le operazioni elettorali e ha confermato quindi la
perfetta regolarità del voto di tre anni fa. Lo sapevamo
tutti. Ma è una verità che oggi possiamo ripetere con
l’autorevolezza che viene da una sentenza della magistratura.
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