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DALL'ITALIA E DAL MONDO

31 marzo 2007

PALERMO - Assemblea annuale dell'Ordine
dei Giornalisti di Sicilia
La relazione del presidente Franco Nicastro

LO STATO DELLA PROFESSIONE IN SICILIA


 FRANCO NICASTRO

PALERMO - Ci sono molte buone ragioni per considerare in una luce complessivamente positiva il bilancio del lavoro svolto da questo Consiglio nel corso del suo mandato che sta volgendo al termine. E positivo è stato anche il clima in cui sono state affrontate questioni centrali della professione come la difesa della sua autonomia, il rispetto dei principi deontologici fondamentali, la disciplina degli accessi, il sostegno al compito sempre più difficile del sindacato nella tutela del ruolo e dei diritti dei giornalisti, l’attenzione rivolta alla formazione e all’aggiornamento dei colleghi.

Aggiungerei come elemento qualificante l’impegno con il quale sono state in questi tre anni promosse e gestite iniziative di contenuto culturale che rappresentano ormai un patrimonio consolidato e riconosciuto di questo Consiglio e ne hanno connotato in misura considerevole l’attività.

Considero infine un punto d’orgoglio, che condivido con tutti gli altri consiglieri, i risultati di gestione testimoniati in modo inequivocabile dal bilancio economico che anche quest’anno, come ha puntualmente riferito il tesoriere, si chiude con un attivo. È il frutto di una linea improntata a uno stile di sobrietà nelle spese e alla prosecuzione di un’azione attenta e sistematica di recupero delle quote e delle somme a credito. La condizione di buona salute dei conti permette di mantenere una gestione equilibrata del personale ma ci offre anche lo spunto per pensare a rendere gli uffici più efficienti. Il sistema informatico è stato recentemente potenziato, ammodernato e allineato alle nuove esigenze. Il sito, curato e costantemente aggiornato, è diventato un punto di riferimento per i colleghi e uno strumento essenziale di informazione. Ma non basta. La prossimità della conclusione del mandato non consente di coltivare progetti di ampia portata, ma non può sfuggire a nessuno il fatto che la crescita del numero di iscritti e del volume dell’attività svolta comporta la necessità di disporre di locali più spaziosi e direi anche più decorosi. Gli spazi non bastano più. Le pratiche e i fascicoli non possono essere accatastati sui tavoli. L’archivio va custodito e salvaguardato in condizioni e in posti più idonei. È un problema che questo Consiglio ha già avvistato. E che ora può solo segnalare a quello che verrà come uno degli obiettivi primari e più urgenti della prossima consiliatura.

Il tema centrale di questa relazione è la condizione attuale della professione in Sicilia, che non è tanto diversa dal resto del paese ma qui sconta le carenze strutturali del mercato del lavoro e nelle aziende più importanti una rigidità degli editori che in qualche modo è perfino maggiore di quella che si riscontra in campo nazionale. Qui si sta facendo leva sulle nostre debolezze e su alcune divisioni per drammatizzare oltre misura la sfida al sindacato in occasione degli scioperi per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da oltre due anni, e in alcune vertenze aziendali. Emblematico, come si è avuto modo di segnalare anche l’anno scorso quando la vicenda cominciava a rivelare la sua enorme dirompenza, è il caso di Telecolor, una delle più importanti emittenti storiche siciliane del gruppo Ciancio. Con la motivazione che bisognava ridurre i costi, l’editore ha licenziato nove redattori individuandoli proprio tra i colleghi che, in ragione del loro cursus professionale, avevano un contratto Fnsi.

Questa vertenza, che ha uno strascico giudiziario e uno deontologico proprio davanti a questo Consiglio, ha una valenza simbolica
perché segna drammaticamente un crinale sindacale: ci fa prendere coscienza del fatto che d’ora in poi gli editori, e Ciancio in modo particolare, faranno ricorso massicciamente e, aggiungerei, disinvoltamente a tutti quei rapporti e a tutti quei contratti che attenueranno pesantemente le tutele e le garanzie dei giornalisti.

La Sicilia è diventata così il campo di sperimentazione di una strategia che mira a orientare la condizione professionale verso il precariato. È bene dire queste cose con una chiarezza spietata: serve almeno a segnalare ai colleghi, e soprattutto a quelli che non aderiscono agli scioperi, qual è la vera posta in palio nella dura vertenza del rinnovo contrattuale. Serve anche a mettere in guardia tanti giovani, che premono per entrare nei territori della professione, dal rischio di fare poi i conti - prendo a prestito un titolo di Balzac – con le illusioni perdute.

In questi giorni un libro bianco sul lavoro nero ci offre molti spunti per una riflessione preoccupata sul futuro. I giornalisti professionisti contrattualizzati sono circa 12 mila. Sono invece 20 mila coloro che fanno un lavoro senza contratto, a tempo determinato o a tempo indeterminato. Questo è il popolo dei collaboratori e dei precari nel quale si ritrovano anche quelli che magari questo lavoro svolgono pur senza essere iscritti nell’albo professionale.

La loro legittima aspirazione ha trovato negli ultimi tempi tante scorciatoie. E tutte, ci dicono le cifre dell’Inpgi, hanno contribuito a comporre un quadro assai poco rassicurante. Nel 2005 la gestione separata ne contava 21.171. La gran parte (14.780) è concentrato nella fascia di età che va dai 30 ai 45 anni. Sono invece 5.633 quelli che vanno dai 45 ai 60 anni di età. Ciò significa che la gestione separata, quella che gestisce i contributi di chi non ha un vero contratto di lavoro, è il rifugio dei più giovani e dei giornalisti meno tutelati. E rappresentano globalmente quasi i due terzi dell’intera categoria. Se poi consideriamo che la maggior parte dei contrattualizzati vive e lavora nel Centro-nord, possiamo concludere che, fatte le dovute proporzioni, si trova al Sud la sacca più estesa del precariato. È un problema con il quale dobbiamo tutti confrontarci. E che accende un riflettore sui meccanismi di accesso. Dobbiamo però stare attenti a non ricercare solo rimedi di tipo corporativo. Lo dico tenendo sempre presente l’esigenza di non offrire alcuna sponda a chi vorrebbe fare sparire l’Ordine che viene considerato appunto un residuo corporativo e invece è rimasto ormai l’ultimo baluardo a difesa dei valori della professione e della sua indipendenza.

Gli accessi vanno governati contemperando due esigenze: quella di tenere una porta sempre aperta alle aspirazioni di tanti giovani e quella di orientare la crescita della professione in modo compatibile con le opportunità del mercato. Ciò vuol dire portare nella professione non solo i principi fondanti della credibilità e dell’indipendenza ma anche giovani leve in grado di competere con le sfide della qualità e dei contenuti. Rispetto alla complessità dei nuovi orizzonti professionali (digitale, on line, multimedialità) decisiva appare la strada della formazione. Questo è un mestiere che si apprende sul campo ma non solo sul campo. Parte da questa semplicissima considerazione la scelta compiuta ormai alcuni anni fa dall’Ordine nazionale di creare un sistema di scuole di giornalismo distribuito sul territorio. Certo, ci siamo arrivati con un po’ di ritardo se si pensa che la scuola di giornalismo della Columbia University, tanto per citare la più prestigiosa, ha un secolo di vita. In questo sistema, che ha sottratto agli editori il potere assoluto di decidere chi può fare il giornalista e chi no, la Sicilia c’è. E questo dovrebbe già essere un punto di orgoglio. Come pure, a proposito di formazione, va considerato con vivo compiacimento lo sforzo compiuto da questo Consiglio per creare qui in Sicilia una struttura stabile per la preparazione dei praticanti agli esami di idoneità professionale. Questi corsi, come si sa, sono ormai obbligatori per i candidati. Già a ottobre si è tenuto a Siracusa il primo ciclo, organizzato in collaborazione con la sezione dell’Assostampa di quella città. È stata, va subito testimoniato, un’esperienza positiva: lo dicono anche i risultati ottenuti dai nostri praticanti; lo conferma il fatto che quel corso era l’unico organizzato dall’Ordine di una regione meridionale. È già partita l’organizzazione del secondo ciclo, che si terrà sempre a Siracusa tra il 15 e il 21 aprile.

Chi sono i nostri praticanti?
Una ricognizione sul loro percorso conferma ciò che si è appena detto sul nuovo mercato del lavoro. Pochissimi vengono ormai dalla strada regolare tracciata dalla legge del 1963. Alcuni (30 in un biennio, quindi 15 ogni anno) escono dalla scuola universitaria che oggi è un master riservato a laureati. Tutti gli altri – e sono la stragrande maggioranza – sono free lance, cioè impersonano il nuovo profilo professionale di un giornalista che vive quasi senza tutele e che ricava il suo reddito attraverso una pluralità di rapporti. Questo Consiglio ha dovuto prendere atto delle innovazioni, devo dire molto sentite, introdotte nel vecchio sistema di reclutamento dal Consiglio nazionale. E si è preoccupato di accertare, prima di accogliere le domande, che nei singoli casi si potessero riscontrare alcuni requisiti essenziali: che la professione fosse cioè svolta in forma esclusiva e sistematica e non episodica e occasionale. E comunque ogni caso è passato attraverso un vaglio critico equo e rigoroso, necessario per non ingolfare gli elenchi e per dare riconoscimento solo a chi lo merita. Come nei fatti è accaduto.

L’esigenza di contenere le dimensioni di questa relazione mi impone di fare solo qualche cenno a tanti altri temi che avrebbero meritato una specifica analisi. Metto al primo posto la deontologia, un terreno sul quale sono stati compiuti vari interventi per imporre non solo il rispetto di regole basilari ma anche per richiamare i colleghi al rispetto della privacy e dei minori: non ci sono state violazioni eclatanti ma in alcuni casi sono stati riscontrati eccessi mediatici che poco si conciliano con lo spirito delle norme e talvolta con i diritti delle persone. Quando i limiti sono stati superati sono state prese le decisioni necessarie ma in prima battuta si è preferito prevenire eventuali violazioni con il richiamo delle norme che regolano questa materia. L’attenzione e l’autodisciplina vanno sempre attivate per evitare che, come nel caso delle intercettazioni, le limitazioni vengano imposte da altri, dal garante nel caso specifico. È storia molto recente per non ricordare quei provvedimenti che si muovono sull’incerto confine tra la libertà di informazione e la tutela di personaggi toccati da vicende giudiziarie. La dignità della persona va sempre salvaguardata ma non possono essere chiamati a pagare solo e sempre i giornalisti quando si verificano fughe di notizie che entrano nel circuito mediatico perché qualcuno le ha fatte fuggire. È sempre un esercizio pericoloso frenare il ruolo di denuncia e di informazione della stampa.

Non posso concludere questa relazione senza rivolgere un ringraziamento sentito e sincero al personale e ai colleghi consiglieri. A tutti, e senza distinzioni, per la lealtà, la competenza e l’impegno assicurato. Al segretario Riccardo Arena per l’enorme mole e l’accuratezza del lavoro svolto. Al vice presidente Santo Gallo, ormai punto di riferimento certo del Consiglio. Al tesoriere Salvo Li Castri a cui va riconosciuta l’attenta gestione economica che ha dato risultati tanto significativi. E grazie anche al ruolo responsabile e apprezzato svolto dai revisori dei conti e dal loro presidente Placido Ventura. Devo aggiungere l’apprezzamento sincero per il contributo dato dagli altri colleghi Angelo Meli, Concetto Mannisi, Leonardo Romeo e, specie per le iniziative culturali e per l’organizzazione del premio Francese, da Giuseppe Lazzaro Danzuso.

Qui finisce praticamente un mandato di tre anni. Vi chiedo di giudicarlo senza benevolenza ma con rigorosa schiettezza e con la certezza che tutti abbiamo cercato di interpretare al meglio il compito che ci è stato affidato. Siamo stati in questo posto con senso di responsabilità ma, devo dire, anche con piena legittimità. Proprio nei giorni scorsi la corte d’appello di Palermo ha respinto un ricorso contro le operazioni elettorali e ha confermato quindi la perfetta regolarità del voto di tre anni fa. Lo sapevamo tutti. Ma è una verità che oggi possiamo ripetere con l’autorevolezza che viene da una sentenza della magistratura.


 

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