Un detenuto va ai domiciliari condannato
a morire di fame
Repubblica — 20 maggio 2010 pagina 1 sezione: NAPOLI
NAPOLI - Se i servizi sociali non danno risposta, quale altra
strada è percorribile per una persona in detenzione
domiciliare così indigente da non riuscire a procurarsi
nemmeno il cibo? Qualcuno, lo so, potrebbe suggerire che
ritorni in carcere, lì almeno potrebbe mangiare. Ma questo
cinico consiglio fa a pugni con il preannunciato decreto
Alfano, che affida proprio alla detenzione domiciliare una
funzione strategica per ridurre il non più sostenibile
affollamento penitenziario. Paradossi di una logica che
assume sempre più l' aspetto di darwinismo sociale, per il
quale al detenuto indigente non resta altro che morire di
fame. Sì, perché il detenuto indigente esiste davvero, ha
nome e cognome, Cristoforo Ferro, e sopravvive, o forse
nemmeno, a Orta di Atella, provincia di Caserta, con la
madre pensionata settantenne i cui 500 euro mensili
risultano così impegnati: 350 euro per l' affitto, 120 per
le utenze (il gas è già stato tagliato) e 30 per
medicinali salvavita. essunalgoritmo finanziario, per
quanto sofisticato, assegna loro una possibilità di
sopravvivenza. Per la modesta entità dei reati commessi,
il giudice di sorveglianza ha ritenuto la persona in
oggetto meritevole della detenzione domiciliare. Sconta
cioè il suo residuo di pena in casa, una misura in linea
di principio certamente preferibile al carcere, anche se
nelle condizioni date rischia di tramutarsi in una misura
ben più punitiva, non contemplata dal nostro ordinamento,
ossia la condanna a morte per fame. La persona del nostro
esempio concreto non sa più a quale autorità civile o
religiosa chiedere aiuto. Scrive, sollecita, implora, ma
non riceve risposte. Improvvisamente sono, siamo, divenuti
tutti sordi. Ognuno si trincera dietro la propria sfera di
competenza istituzionale, per sussurrare alla propria
coscienza che non può farci nulla. Credo invece che sia
ora di svegliarsi: quel detenuto sta scontando la giusta
pena che la giustizia gli ha comminato, né chiede sconti o
trattamenti di favore. Chiede solo di poter mangiare,
chiede di sopravvivere. Ma abbandoniamo le emozioni: un
detenuto in carcere costa allo Stato, e cioè a tutti noi,
circa 157 euro al giorno. È coerente tollerare che chi si
trova in detenzione domiciliare (si badi non in
semilibertà, e dunque con possibilità di lavorare),
detenuto perciò a tutti gli effetti, improvvisamente non
costi più niente? È così che il ministro Alfano pensa di
risolvere l' emergenza sovraffollamento, con la morte per
inedia? Ragionevolmente, mantenendo il 90 per cento del
risparmio per le casse dello Stato, dunque per le tanto
citate "tasche" del cittadino, basterebbe dotarlo della
decima parte di questa somma (15 euro al giorno) per
garantirgli quanto basta per il minimo di sussistenza
quotidiana. Le soluzionia costo zero non solo non sono
accettabili e credibili, ma rischiano di diventare davvero
la famigerata "soluzione finale". L' autrice è Garante
regionale dei detenuti - ADRIANA TOCCO
Ci sono "ricattatori e ricattatori" come ci
sono anche, loro malgrado, "ricattati e ricattati", tra le
categorie che piu' stanno accendendo l'audience
.....segue