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Roma - Francesco Cossiga, storia
della sua vita politica
ROMA - Una prima crisi, dovuta anche ad una drastico
calo della pressione arteriosa, aveva causato l'inizio della
fine di Cossiga, che è stato ricoverato 9 giorni fa al
Policlinico Gemelli di Roma.
CORDOGLIO E PREGHIERE DAL PAPA
Benedetto XVI, ha comunicato la
Radio Vaticana, è stato prontamente informato della morte di
Cossiga, avvenuta alle 13.18 di oggi, 17 agosto, mercoledì, al
Policlinico Gemelli. Il Papa si è raccolto in preghiera. Pochi
giorni fa l'arcivescovo Rino Fisichella era stato incaricato
dalla segreteria di Stato, a nome del Papa, di informarsi
sullo stato di salute dell'ex presidente e lo aveva visitato
al policlinico.
Francesco Cossiga è stato uno degli uomini politici italiani più longevi,
controversi e prestigiosi. Nato il 26 luglio 1928 a Sassari,
'enfant prodige' della Democrazia Cristiana del dopoguerra, ha
ricoperto tutti gli incarichi di governo possibili, da
ministro dell'Interno a presidente del Consiglio. E' stato
presidente del Senato ed il più giovane e votato presidente
della Repubblica.
TAPPE COSSIGHIANE: la fulminante carriera
Maturità a sedici anni, e quattro anni dopo si laurea in
Giurisprudenza. A 17 è già iscritto alla Democrazia cristiana.
A 28 è segretario provinciale. Due anni dopo, nel 1958, entra
a Montecitorio. E' stato anche il più giovane sottosegretario
alla Difesa nel terzo governo guidato da Aldo Moro, il più
giovane ministro dell'Interno (fino ad allora) nel 1976 a 48
anni, il più giovane presidente del Consiglio (almeno per quei
tempi) nel 1979 a 51; il più giovane presidente del Senato nel
1983 a 55 anni, e presidente della Repubblica dal 1985 al
1992.
DETTO "KOSSIGA" NEGLI ANNI DI PIOMBO
Negli anni '70 viene considerato dall'estrema sinistra come il
nemico numero uno: e il suo cognome, Cossiga, viene scritto
sui muri con la K e le due esse runiche delle Ss naziste.
Ma il sequestro di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978) è il
momento più difficile della sua carriera. Il fallimento delle
indagini e l'uccisione dello statista democristiano lo
costringono alle dimissioni. Sui 55 giorni del sequestro, le
polemiche e le accuse a Cossiga sembrano non finire mai. C'é
chi lo critica per l'inefficienza nella gestione della
vicenda, qualcun altro addirittura di aver predisposto un
"Piano di emergenza" che non mirava affatto alla liberazione
dell' ostaggio. La accuse sono pesantissime, per anni se ne
difenderà in modo fermo e tenace. In gran parte dell'opinione
pubblica è radicata la convinzione che sia tra i depositari di
molti misteri italiani degli anni del terrorismo. In
un'intervista dichiarò: "Se ho i capelli bianchi e le macchie
sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere
Moro, me ne rendevo conto".
NON FAVORI' L'AMICO DONAT-CATTIN - Quando Cossiga era
presidente del Consiglio nel 1979, venne accusato di
favoreggiamento nei confronti del terrorista di "Prima Linea"
Marco Donat-Cattin, figlio politico Dc Carlo. Le accuse
saranno dichiarate infondate dalla commissione inquirente.
AL GOVERNO
Il suo governo cade nel 1980, impallinato dai 'franchi
tiratori' democristiani che bocciano il suo cosiddetto
decretone che avrebbe dovuto sancire l'accordo Nissan
e Alfa Romeo. Per un voto Cossiga si deve dimettere e con lui
salta anche l'intesa. Un giornale titola ironico: "Fiat
voluntas tua", alludendo alla soddisfazione dell'industria
automobilistica di Torino per il mancato sbarco in Italia dei
giapponesi.
PRESIDENTE
Per qualche anno rimane nell'ombra, lasciato ai margini
dalla Dc del "preambolo" che chiude a qualsiasi ipotesi di
accordo col Pci. Nel 1985 viene eletto Presidente della
Repubblica con una maggioranza senza precedenti: 752 voti su
977 votanti. Dicono sì Dc, Psi, Pci, Pri, Pli, Psdi e Sinistra
Indipendente. Per cinque anni ricopre il ruolo di "presidente
notaio", discreto custode della Costituzione.
STORICO PICCONATORE
Dal 1990 diventa il "picconatore", attacca il Csm, la Corte
Costituzionale e il sistema dei partiti. Lo fa, dice, per
"togliersi qualche sassolino dalle scarpe". Sollecita una
grande riforma dello Stato e se la prende con diversi
esponenti politici. C'é chi arriva a dargli del matto: lui
risponde di "farlo, non di esserlo".
ANDREOTTI E IL CASO GLADIO
Nel 1990, quando Giulio Andreotti rivela l'esistenza di
"Gladio", struttura parallela di difesa contro in pericoli
provenienti dal comunismo che lo vede in qualche modo
coinvolto, reagisce attaccando, se la prende con il suo
partito dal quale si sente "scaricato". Il Pds chiede la
procedura di impeachment.
1992: LE DIMISSIONI
Attende le elezioni del 1992 e poi si dimette con un
discorso televisivo di 45 minuti. Esce di scena
volontariamente: tutto il sistema che critica e accusa da due
anni crollerà pochi mesi dopo sotto i colpi del pool di
magistrati di 'mani pulite' che segue le inchieste su
'tangentopoli'.
L'UDR E IL GOVERNO D'ALEMA
Ricompare a sorpresa nell'autunno del 1998, al momento
della crisi del governo Prodi. Fonda l'Udr (Unione Democratica
per la Repubblica) e dà un sostegno decisivo alla nascita del
governo di Massimo D'Alema. L'idillio dura poco. Dopo meno di
un anno Cossiga lascia l'Udr e torna a fare il battitore
libero.
APPOGGIO' BERLUSCONI
Alle elezioni politiche del 2001 dà l'appoggio a Silvio
Berlusconi, tuttavia in seguito, in Senato, non voterà la
fiducia. Da allora non ha mai mancato di intervenire nei
momenti cruciali dell'attività parlamentare e del governo
dispensando critiche, ma anche 'consigli', ai presidenti del
Consiglio e ai capi di Stato che si sono succeduti in questi
anni. Fino a pochi mesi fa, quando a cominciato a far sentire
sempre di meno la sua voce: forse per una leggera depressione,
sostenevano i soliti ben informati, o forse per l'acuirsi di
alcuni problemi fisici che lo avevano tormentato negli ultimi
anni. Fino all'epilogo di oggi.
4 LETTERE AI VERTICI DELLO STATO
Cossiga ha lasciato il suo testamento e tre lettere
personali e riservate ai vertici delle istituzioni. Le lettere
dell'ex capo dello Stato sono per il presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Senato Renato
Schifani, il presidente della Camera Gianfranco Fini e per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
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