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Il Barbone di Partanna: Un viaggio d’immersione nella
scenografia teatrale. Una ricerca in cui l'atto di costruzione
e quello di distruzione si equivalgono e si compensano
di Alex Bignardi

PALERMO - Mi reco a teatro per
assistere allo spettacolo “Il Barbone di Partanna”. Mi
accomodo, si apre il sipario. La scenografia imponente, coglie
me, gallerista e amante d’arte, decisamente impreparato. Tre
grandi tele dipinte dalla pittrice siciliana Gabriella
Lupinacci, dove travi spezzate, pilastri mancanti, archi
ciechi mi rimandano al terremoto del Belice di 40 anni fa.
Scandiscono la lentezza della ricostruzione, mentre si
tramutano sovrani e indifferenti simboli di ambiguità e
caducità del vivere terreno, nell’etere eterno della suprema
speranza oltre ogni segno di indifferenza, corruzione e
lentezza. Un caos di terrore, di disperazione, di dolore e di
perdita, espresso soltanto con 2 tinte: il nero e il rosso,
colori del sangue e della morte.
La tela centrale denuncia l'incapacità degli uomini
contemporanei e senza scrupoli. Esseri con la testa staccata
dal corpo che si lasciano attrarre dalla scalata al potere e
dalle false promesse. Vittime di una sorta di contagio mentale
o di inganno diabolico e mediatico – sensuale. Svincolandosi
da qualsiasi legame affettivo, lasciano il tronco che
racchiude il cuore e i sentimenti, per imboccare la scalata
verso un limbo nebuloso che porterà al potere, alle ricchezze
facili, alla corruzione, al diniego di ogni valore. Ma il loro
è un potere illusorio che oscilla tra l'apparenza e la morte,
tra il conformismo ed il disprezzo. Per usare le parole di
Gibran “al travaglio della fecondità” preferiscono “l’amarezza
della sterilità”, quella umana, fatta di mancata comprensione,
rispetto, tolleranza e umiltà.
Sagome indistinte, anime vaganti, mani imploranti sembrano
urlare, oltrepassando la realtà contingente per unirsi ad un
richiamo, ad una energia che oltrepassa i limiti del
fantastico umano. Sensazioni forti, una ricchezza di intima
consistenza, mi trascina verso un ignoto richiamo, mentre il
dramma attoriale e la relativa sinfonia di emozioni, mi
accompagnano per l’intera durata dello spettacolo.
Gli attori, la loro interpretazione, la trama dello
spettacolo, mi travolgono su un terreno le cui radici sono
con evidente chiarezza radicate nella quotidiana storia di
ciascuno di noi; sono in grado di penetrare il moto infinito
della mia coscienza, risucchiata dal vortice eterno e
universale dell’arte.
Gabriella Lupinacci, che firma la scenografia, oltre 32 mq
di tela dipinta, regala ai noi spettatori, non solo il
tormento attoriale del suo personaggio, Ariel, esplicando con
la forza di chi è stata violata nel profondo, la sua ricerca
di pace, di paradisi psichici, di libertà negata, ma aggiunge
sul palcoscenico un nuovo “creare” coinvolgendo il corpo, la
mente e lo spirito nel processo artistico che la vede
dipingere in scena con pennelli e colori. Gabriella Lupinacci,
nel suo ruolo di pittrice e attrice, sollecita gli spettatori
a credere in qualcosa di non presente apparentemente, ma che,
tuttavia, nel corso della rappresentazione teatrale si rivela
magicamente come possibile.
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