ROMA -
Chi è l'irriducibile Cristoforo Piancone, membro della
direzione delle Br
Condannato all'ergastolo per concorso in omicidi, ha scontato
25 anni-Aveva ottenuto la semilibertà dal carcere di Vercelli
all'inizio del 2004 - Non si è mai pentito di aver militato
nella direzione strategica delle Br-Fu uno dei 13 detenuti di
cui i carcerieri di Aldo Moro chiesero la liberazione
ROMA
- Fece parte della direzione strategica delle Brigate Rosse,
partecipò a numerose azioni armate, fu condannato
all'ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati
omicidi. Cristoforo Piancone, che oggi ha 57 anni, non si è
mai pentito né dissociato. Ha passato un quarto di secolo in
carcere prima di ottenere, nell'aprile del 2004, il regime di
semilibertà. Ora è stato arrestato a Siena per una rapina al
Monte dei Paschi.
Il 10 marzo del 1978 Piancone partecipò a Torino all'agguato
in cui perse la vita il maresciallo di polizia Rosario Berardi.
Un mese dopo, l'11 aprile, il terrorista venne arrestato:
rimase ferito nel conflitto a fuoco con l'agente di custodia
Lorenzo Cotugno e i compagni lo lasciarono al pronto soccorso
dell'ospedale Astanteria Martini del capoluogo piemontese.
Piancone fu anche uno dei 13 "prigionieri comunisti" dei quali
i carcerieri di Aldo Moro chiesero la liberazione in cambio
del rilascio dello statista Dc.
Prima del 2004 aveva già ottenuto un'altra volta la
semilibertà: nel 1998 era stato ammesso al lavoro esterno
presso una cooperativa cittadina ma fu trovato nel
supermercato Esselunga di Alessandria mentre cercava di uscire
senza pagare. Il bottino era di poco conto: una confezione di
pastiglie dietetiche, due pacchetti di gomme da masticare,
degli slip da uomo, per un ammontare di circa 27.000 lire.
Accusato di rapina impropria per avere spintonato due
dipendenti, fu condannato a due anni. Risarcì la direzione del
supermarket, che ritirò la costituzione di parte civile, e
donò un milione di lire al Fondo assistenza del personale di
Ps vittime del dovere. A seguito di quell'episodio, attribuito
dall'ex brigatista a un momento di grave tensione per le non
buone condizioni di salute di un familiare, gli fu sospeso il
beneficio.
Successivamente chiese e ottenne il permesso di lavorare
durante il giorno a Torino, città dove vivono la madre e altri
familiari. Il beneficio gli venne concesso anche perché la sua
condotta penitenziaria, nonostante non si fosse mai pentito né
dissociato, fu definita "ottima".