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ROMA -
Rapporto annuale Istat: anziani, povertà, piccola impresa,
Mezzogiorno
ROMA - (regioni.it) L’Italia è il paese più vecchio
d’Europa e la ripresa economica e' piu' lenta rispetto agli
altri paesi europei. Lo dice l’Istat attraverso i dati del
Rapporto annuale sulla situazione del Paese.
Anziani, povertà, struttura “familiare” delle imprese e
Mezzogiorno sono i principali problemi evidenziati. Altro
elemento di maggiore novità è rappresentato dall’analisi
dell’immigrazione.
Siamo il paese piu' vecchio d'Europa con 141 ultra 65enni ogni
100 giovani, con un sud che stenta a crescere e dove si
concentra poverta' e dispersione scolastica. Quattro milioni
di pensionati “campano” con meno di 500 euro al mese, due
milioni e mezzo di famiglie povere, piu' di un quarto dei
giovani al sud ha solo la licenza media.
Sintesi
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Permane una situazione molto negativa nel Mezzogiorno.
Il 42 per cento della popolazione del Mezzogiorno è
caratterizzato da una sottoutilizzazione delle risorse
particolarmente grave; queste aree sono localizzate in
Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
Le difficoltà del mercato del lavoro delle
regioni meridionali si riverberano in maniera amplificata
sulla componente femminile. Nel 2006 il tasso di occupazione
delle donne del Mezzogiorno è del 31 per cento, di 15 punti
percentuali inferiore alla media nazionale, con una distanza
che, nell’arco dell’ultimo decennio, si è ampliata a causa di
un progresso più limitato.
Nel 2004, le famiglie residenti in Italia
hanno percepito in media un reddito netto mensile di circa
2.750 euro, inclusi gli effetti dei trasferimenti monetari
a loro favore (circa 750 euro al mese) e dei fitti imputati
delle abitazioni (quasi 500 euro). Tuttavia, metà delle
famiglie ha guadagnato meno di 2.300 euro mensili (circa 1.800
euro al mese senza i fitti imputati). Il reddito medio più
basso, circa 1.400 euro, è quello percepito dalle famiglie
costituite da anziani soli. Si conferma l’esistenza di un
profondo divario territoriale: il reddito delle famiglie del
Mezzogiorno è pari a circa tre quarti del reddito di quelle
residenti al Nord. Le famiglie appartenenti al 20 per cento
più povero della distribuzione percepiscono soltanto il 7,8
per cento del reddito totale, mentre la quota di reddito del
20 per cento più ricco risulta del 39,1 per cento.
In Italia nel 2005 le famiglie con una spesa
per consumi inferiore alla soglia di povertà, e quindi povere
in termini relativi, sono 2,6 milioni (l’11,1 per cento delle
famiglie residenti).
E’ l’invecchiamento il vincolo strutturale
più complesso da gestire. La fecondità italiana, scesa a
metà degli anni Settanta sotto il livello di sostituzione(due
figli per donna), è tuttora a livelli molto bassi (1,35 nel
2006), nonostante la modesta ripresa verificatasi a partire
dal 1995 (quando si è riscontrato il minimo assoluto di 1,19).
Le migliorate condizioni di vita, una maggiore attenzione alla
prevenzione e ancor più il progresso della tecnologia medico
sanitaria, accanto a stili di vita più salutari, hanno fatto
salire il nostro Paese ai primi posti della graduatoria
mondiale della speranza di vita (78,3 anni per gli uomini e
84,0 per le donne, alla nascita; 16,8 anni per gli uomini e
20,6 per le donne, a 65 anni). Come conseguenza, ormai
l’Italia è il paese più vecchio d’Europa.
E’ anche evidente la difficoltà del sistema
produttivo italiano ad adottare le strategie seguite con
successo in Europa. Più di un terzo delle imprese italiane, un
milione e mezzo con quasi 5 milioni di addetti, adotta,
infatti, strutture organizzative e modelli di comportamento
che mirano a realizzare un reddito stabile e adeguato per
l’imprenditore e la sua famiglia (oltre che per i lavoratori
che vi operano), senza investire su prospettive di crescita di
medio-lungo termine. Queste imprese non sono sensibili agli
incentivi alla modernizzazione, all’investimento e
all’aggiornamento del modello di specializzazione
tradizionale.
Una
strategia di catching-up (“rincorsa”) del modello su cui si
sono avviati i nostri partner europei appare dunque
praticabile soltanto per una parte del sistema produttivo
italiano. Gli incentivi che sarebbero necessari per modificare
la situazione sono dunque articolati e ingenti.
Registrano una performance migliore i settori più
strutturati ed export-oriented (l’automobile in primis) e i
settori del “made in Italy” meno legati alla filiera
tradizionale e al segmento delle imprese di sussistenza
(soprattutto quelli della meccanica).
Le imprese italiane sono più interessate a
cercare di migliorare quello che già sanno fare, che a
imboccare strade nuove: il risultato è che il sistema si
ristruttura per linee interne. E’ quindi proposto il tema del
rafforzamento della disponibilità di infrastrutture e servizi
e di un “marketing localizzativo” mirato – oltre che
all’attrazione di investimenti stranieri – alle imprese
italiane tentate dalla delocalizzazione all’estero.
Con il 41 per cento della superficie
territoriale e il 35 per cento della popolazione, il
Mezzogiorno è all’ottavo posto per dimensione demografica tra
gli Stati membri dell’Unione europea. Sotto il profilo
produttivo, però, vi opera meno del 25 per cento degli
addetti; l’incidenza scende ancora se si considerano i soli
servizi di mercato (23 per cento) e le attività manifatturiere
(16 per cento).
Tre imprese meridionali su quattro operano
nell’ambito della mera sussistenza oppure conseguono una
redditività apprezzabile soltanto grazie al basso costo del
lavoro.
Il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è
rimasta quasi tre volte più elevato che nel Centro-nord. Il
reddito delle famiglie del Mezzogiorno è soltanto tre quarti
del reddito delle famiglie del Nord.
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