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DALL'ITALIA E DAL MONDO

23 maggio 2007

ROMA - Rapporto annuale Istat: anziani, povertà, piccola impresa, Mezzogiorno

 

ROMA - (regioni.it) L’Italia è il paese più vecchio d’Europa e la ripresa economica e' piu' lenta rispetto agli altri paesi europei. Lo dice l’Istat attraverso i dati del Rapporto annuale sulla situazione del Paese.

Anziani, povertà, struttura “familiare” delle imprese e Mezzogiorno sono i principali problemi evidenziati. Altro elemento di maggiore novità è rappresentato dall’analisi dell’immigrazione.
Siamo il paese piu' vecchio d'Europa con 141 ultra 65enni ogni 100 giovani, con un sud che stenta a crescere e dove si concentra poverta' e dispersione scolastica. Quattro milioni di pensionati “campano” con meno di 500 euro al mese, due milioni e mezzo di famiglie povere, piu' di un quarto dei giovani al sud ha solo la licenza media.

Sintesi
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Permane una situazione molto negativa nel Mezzogiorno. Il 42 per cento della popolazione del Mezzogiorno è caratterizzato da una sottoutilizzazione delle risorse particolarmente grave; queste aree sono localizzate in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Le difficoltà del mercato del lavoro delle regioni meridionali si riverberano in maniera amplificata sulla componente femminile. Nel 2006 il tasso di occupazione delle donne del Mezzogiorno è del 31 per cento, di 15 punti percentuali inferiore alla media nazionale, con una distanza che, nell’arco dell’ultimo decennio, si è ampliata a causa di un progresso più limitato.
 

Nel 2004, le famiglie residenti in Italia hanno percepito in media un reddito netto mensile di circa 2.750 euro, inclusi gli effetti dei trasferimenti monetari a loro favore (circa 750 euro al mese) e dei fitti imputati delle abitazioni (quasi 500 euro). Tuttavia, metà delle famiglie ha guadagnato meno di 2.300 euro mensili (circa 1.800 euro al mese senza i fitti imputati). Il reddito medio più basso, circa 1.400 euro, è quello percepito dalle famiglie costituite da anziani soli. Si conferma l’esistenza di un profondo divario territoriale: il reddito delle famiglie del Mezzogiorno è pari a circa tre quarti del reddito di quelle residenti al Nord. Le famiglie appartenenti al 20 per cento più povero della distribuzione percepiscono soltanto il 7,8 per cento del reddito totale, mentre la quota di reddito del 20 per cento più ricco risulta del 39,1 per cento.

In Italia nel 2005 le famiglie con una spesa per consumi inferiore alla soglia di povertà, e quindi povere in termini relativi, sono 2,6 milioni (l’11,1 per cento delle famiglie residenti).

E’  l’invecchiamento il vincolo strutturale più complesso da gestire. La fecondità italiana, scesa a metà degli anni Settanta sotto il livello di sostituzione(due figli per donna), è tuttora a livelli molto bassi (1,35 nel 2006), nonostante la modesta ripresa verificatasi a partire dal 1995 (quando si è riscontrato il minimo assoluto di 1,19). Le migliorate condizioni di vita, una maggiore attenzione alla prevenzione e ancor più il progresso della tecnologia medico sanitaria, accanto a stili di vita più salutari, hanno fatto salire il nostro Paese ai primi posti della graduatoria mondiale della speranza di vita (78,3 anni per gli uomini e 84,0 per le donne, alla nascita; 16,8 anni per gli uomini e 20,6 per le donne, a 65 anni). Come conseguenza, ormai l’Italia è il paese più vecchio d’Europa.

E’ anche evidente la difficoltà del sistema produttivo italiano ad adottare le strategie seguite con successo in Europa. Più di un terzo delle imprese italiane, un milione e mezzo con quasi 5 milioni di addetti, adotta, infatti, strutture organizzative e modelli di comportamento che mirano a realizzare un reddito stabile e adeguato per l’imprenditore e la sua famiglia (oltre che per i lavoratori che vi operano), senza investire su prospettive di crescita di medio-lungo termine. Queste imprese non sono sensibili agli incentivi alla modernizzazione, all’investimento e all’aggiornamento del modello di specializzazione tradizionale.

Una strategia di catching-up (“rincorsa”) del modello su cui si sono avviati i nostri partner europei appare dunque praticabile soltanto per una parte del sistema produttivo italiano. Gli incentivi che sarebbero necessari per modificare la situazione sono dunque articolati e ingenti.
 

Registrano una performance migliore i settori più strutturati ed export-oriented (l’automobile in primis) e i settori del “made in Italy” meno legati alla filiera tradizionale e al segmento delle imprese di sussistenza (soprattutto quelli della meccanica).

Le imprese italiane sono più interessate a cercare di migliorare quello che già sanno fare, che a imboccare strade nuove: il risultato è che il sistema si ristruttura per linee interne. E’ quindi proposto il tema del rafforzamento della disponibilità di infrastrutture e servizi e di un “marketing localizzativo” mirato – oltre che all’attrazione di investimenti stranieri – alle imprese italiane tentate dalla delocalizzazione all’estero.
 

Con il 41 per cento della superficie territoriale e il 35 per cento della popolazione, il Mezzogiorno è all’ottavo posto per dimensione demografica tra gli Stati membri dell’Unione europea. Sotto il profilo produttivo, però, vi opera meno del 25 per cento degli addetti; l’incidenza scende ancora se si considerano i soli servizi di mercato (23 per cento) e le attività manifatturiere (16 per cento).

Tre imprese meridionali su quattro operano nell’ambito della mera sussistenza oppure conseguono una redditività apprezzabile soltanto grazie al basso costo del lavoro.

Il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è rimasta quasi tre volte più elevato che nel Centro-nord. Il reddito delle famiglie del Mezzogiorno è soltanto tre quarti del reddito delle famiglie del Nord.

 

 


 

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