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Palermo - In arresto un ex sindaco di Catania, Lo Presti, insieme ad altri
17 indagati dalla procura di Palermo
7 marzo 2006
PALERMO - Oggi sono
stati eseguiti 18 ordini di custodia cautelare, nell'ambito delle
indagini sul progetto per la costruzione di un mega ipermercato da 200
milioni di euro, per cui avrebbero agito illegalmente manager,
professionisti, imprenditori, politici e commercianti, tutti coinvolti nella
relativa inchiesta della procura di Palermo.
Gli arresti sono stati fatti dai carabinieri del Nucleo operativo e
dagli agenti della squadra mobile e gli indagati sono accusati, a vario
titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, estorsione e corruzione.
L'inchiesta coordinata dai pm della Dda Giuseppe Pignatone, Michele
Prestipino, Maurizio de Lucia e Nino Di Matteo, ruota attorno alle
dichiarazioni dei pentiti Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio
comunale di Villabate (Palermo), sciolto per sospette infiltrazioni mafiose
nel 2001 e nel 2003, e di Mario Cusimano, indicato come affiliato alla
famiglia mafiosa di Villabate. L'indagine mette in risalto anche le
protezioni offerte dalla cosca al latitante Bernardo Provenzano.
I retroscena per la realizzazione del piano commerciale di Villabate
all'interno del quale era prevista la costruzione di un grande ipermercato
che avrebbe offerto almeno mille posti di lavoro, coinvolgono la Asset srl
di Roma, i cui vertici, Paolo Pierfrancesco Marussig, di 56 anni, e Giuseppe
Daghino, di 47, sono agli arresti domiciliari per corruzione. I flussi
finanziari relativi a diverse tangenti sono stati ricostruiti dai finanzieri
del Nucleo speciale di polizia valutaria di Palermo che collabora alle
indagini. In cella è finito anche l'ex sindaco di Catania, Francesco Lo
Presti, di 63 anni, accusato di corruzione. Il politico è titolare di una
società di intermediazione con sede a Malta, attraverso la quale sarebbero
transitate tangenti per i politici. Insieme a Lo Presti è finito in carcere
anche l'ex sindaco di Villabate, Lorenzo Carandino, accusato di concorso in
associazione mafiosa. Carandino era rimasto in carica fino al 2003, quando
il comune di Villabate fu sciolto per infiltrazioni mafiose. È tornato in
carcere anche Antonino Mandalà, ritenuto il capomafia di Villabate e padre
di Nicola, arrestato nel gennaio dello scorso anno perché accusato di avere
organizzato il viaggio di Provenzano a Marsiglia, dove il boss fu sottoposto
ad intervento chirurgico.
Ma quando ritornò dalla Francia Provenzano fu accolto da un vero
proprio comitato di festeggiamenti con tanto di "picciotto" addetto alla
consegna dei regali. L'inchiesta si sarebbe avvalsa delle nuove
dichiarazioni di Campanella, che chiama in causa anche il capo gruppo al
Senato di Forza Italia Renato Schifani, fra il '94 e il '98 consulente del
Comune di Villabate.
"Con Antonino Mandalà - racconta
Campanella - cominciammo a ragionare sul piano regolatore di Villabate.
Tutti i cambi di destinazione che concordammo con Mandalà furono passati a
Schifani per calarli nella bozza definitiva". I magistrati ripercorrono
anche la vicenda riferita dall'avvocato Giovanni Battista Bruno, vicino a
Campanella; il legale ha confermato ai pm di avere incontrato il presidente
della Regione, Salvatore Cuffaro, che avrebbe sollecitato il pagamento di
una tangente di cinque miliardi di vecchie lire per il centro commerciale.
Bruno, durante un confronto con Campanella voluto dalla procura, ha detto
che l'incontro sarebbe avvenuto il 19 aprile 2003. La vicenda del piano
commerciale rappresenta, per il gip, un esempio emblematico della capacità
di Cosa nostra di perseguire e imporre le sue strategie criminali e di
"potere". Il giudice ricorda la capacità di relazione dei Mandalà con
ambienti finanziari e imprenditoriali, anche non siciliani, di alto livello
e, tramite questi, con professionisti, imprenditori, giornalisti ed
esponenti della società civile, "molti dei quali in perfetta buona fede". E
anche con esponenti politici di vario livello, "regionale e nazionale, e di
diversa appartenenza, per i quali, naturalmente, possono profilarsi o meno
responsabilità penali da valutare caso per caso".
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PALERMO - Quando Provenzano tornò sano e salvo dalla Francia "i 'picciotti'
gli fecero la festa", racconta Campanella
I fedelissimi di Provenzano erano preoccupati per le condizioni di salute
del boss latitante e per i rischi che comportava il viaggio verso la clinica
di Marsiglia in cui doveva essere operato. Per questo, quando seppero che
tutto era andato bene, festeggiarono il suo ritorno con un vero e proprio
comitato di accoglienza. Con tanto di "picciotto" addetto alla consegna dei
regali. I particolari della festa di "ben tornato" preparata per il padrino
di Corleone, costretto ad andare oltralpe per un intervento chirurgico,
emergono dall'inchiesta coordinata dalla dda di Palermo che oggi ha portato
all'arresto di 18 persone, accusate a vario titolo di mafia, estorsione e
corruzione.
Ad aspettare Provenzano c'erano, Gioacchino Badagliacca, parente dei Mandalà,
boss di Villabate, e di esponenti di spicco della famiglia palermitana di
corso Calatafimi, Giampiero Pitarresi, autista di Nicola Mandalà ed Ignazio
Fontana, presunto affiliato alla cosca. L'indagine ricostruisce anche le
fasi che precedettero la trasferta francese del superlatitante: quelle
relative cioè alla predisposizione del falso documento di identità intestato
a Gaspare Troia rilasciato al capomafia grazie all'intervento dell'ex
presidente del consiglio comunale di Villabate Francesco Campanella, ora
pentito.
In dettaglio, nella misura cautelare emessa dal gip Seminara a carico dei 18
arrestati, vengono riportate le tappe dei due viaggi francesi di Provenzano:
il 2 luglio del 2003 il padrino viene visitato alla clinica La Licorne, a La
Ciotat, dove resta ricoverato per accertamenti dal 7 all'11 luglio. Il 22
ottobre Provenzano torna in Francia nella casa di cura Casamance a Marsiglia
dove il 23 viene operato. Il 4 novembre le dimissioni; il 7 il controllo
radiologico. Il 22 novembre il capomafia fa ritorno in Italia: trascorre la
notte all'hotel Jolly, a Palermo. A prenotargli la stanza è Nicola Mandalà.
L'inchiesta riporta particolari sull'aiuto fornito a Provenzano, durante la
sua permanenza in Francia, da Salvatore Troia, figlio di Gaspare, il cui
nome viene usato nella carta di identità del capomafia. Troia ha vissuto per
anni in Francia ed ha sposato una cittadina francese di origini italiane:
Madeleine Orlando, la quale ha confermato agli investigatori di "avere
seguito l'iter medico di una persona anziana presentatale dal marito come un
familiare proveniente dalla Sicilia e di avere svolto per lui, in varie
occasioni, il ruolo di interprete".
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