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PALERMO - Assemblea dell'Ordine dei Giornalisti siciliani;
La relazione del presidente Franco Nicastro
25 marzo 2006

FRANCO NICASTRO
PALERMO - Stamani, all'Astoria
Palace Hotel, l'assemblea annuale dei giornalisti siciliani, per l'approvazione del bilancio, è stata aperta
dalla relazione del presidente Franco Nicastro, che qui riportiamo:
Il panorama dell’informazione in Sicilia, non diversamente da quello
nazionale ma con accentuazioni decisamente più critiche, presenta un profilo
dominato da luci e ombre. Più ombre che luci, per la verità, se si guarda
con attenzione ai processi che investono la professione da un lato e il
mercato del lavoro dall’altro. Ma forse i due lati della questione non
riguardano sfere nettamente distinte e separate: e anzi su alcuni punti,
almeno, finiscono per intrecciarsi e influenzarsi.
La professione, innanzitutto, è attraversata da cambiamenti che dipendono
fortemente dalle riorganizzazioni delle redazioni e dei processi produttivi.
Proprio da qui l’anno scorso sono stati usati toni preoccupati per il
tentativo, che si sta sviluppando su più fronti, di ridimensionare il ruolo
dei giornalisti nel sistema dell’informazione. E da qui vanno quindi
segnalate, con toni ancora più forti, le conferme che il tentativo di
limitare le garanzie e le tutele dei giornalisti è andato molto avanti come
dimostrano due vicende sindacali a loro modo emblematiche. Mi riferisco
prima di tutto al caso del Giornale di Sicilia, che ancora una volta spezza
il fronte dell’unità sindacale e della solidarietà tra colleghi e va in
edicola malgrado lo sciopero dei giornalisti. E poi alla decisione
dell’editore Mario Ciancio che, di punto in bianco, annuncia il
licenziamento di nove redattori di Telecolor raggiungendo così due
risultati: da un lato depaupera il patrimonio professionale e civile di una
delle maggiori e qualificate emittenti siciliane; dall’altro taglia, con una
motivazione puramente e grettamente economica, il numero dei redattori
contrattualizzati. E c’è da essere preoccupati per un’altra ragione.
Giornale di Sicilia e Telecolor stanno facendo da battistrada in una
strategia che finisce per penalizzare proprio quelle professionalità più
solidamente tutelate e dotate perciò di maggiori capacità di difesa della
propria indipendenza e della propria libertà. Questa strategia sta facendo
ormai proseliti – ecco un altro dato allarmante – tanto è vero che, nel
giorno dello sciopero, anche la Gazzetta del Sud è andata in edicola per
decisione del suo direttore Nino Calarco.
Di queste discusse iniziative non vengono valutati in questa sede i risvolti
sindacali. Ma, per ciò che attiene le competenze dell’Ordine, va
sottolineato soprattutto il fatto che i due giornali sono andati in edicola
grazie al lavoro di una sparuta pattuglia di redattori e di alcuni
collaboratori e giornalisti precari con contratti a termine. I lettori si
sono quindi trovati in mano prodotti con standard qualitativi inferiori a
quelli di un giorno normale. È chiaro che ormai non sono in gioco solo gli
interessi dei giornalisti, ma la stessa credibilità della professione messa
a dura prova da un processo di “precarizzazione” del lavoro che dovrebbe
preoccupare prima di tutto i lettori perché un giornalista precario o senza
contratto è un giornalista più debole e meno libero.
Sulle modalità con cui le agitazioni sindacali sono state attuate oppure
eluse l’Ordine sta compiendo, su sollecitazione del sindacato e dei comitati
di redazione, una serie di accurati accertamenti. Non è possibile anticipare
qui i risultati di un’attività non ancora conclusa. Ma devo dire che essa ha
interessato, per alcuni aspetti, l’autorità giudiziaria che ha acquisito
parte della documentazione prodotta dall’Ordine.
Il caso Telecolor presenta altre fondate ragioni di preoccupazione perché è
stato segnalato un duplice rischio: quello di un radicale smantellamento
della struttura redazionale e di un trasferimento all’esterno della
produzione giornalistica. E purtroppo non mancano segnali di un orientamento
verso soluzioni francamente inaccettabili. Inaccettabili per il decoro
professionale dei giornalisti e per la qualità dell’informazione piegata
agli interessi di editori che pretendono di avere mano libera nel controllo
del mercato del lavoro e nel consolidamento di posizioni dominanti. Uno
sguardo al sistema dell’informazione regionale mette in luce un quadro
cristallizzato nel quale è quasi assente – sul fronte editoriale come su
quello della raccolta pubblicitaria – l’elemento della concorrenza. E quando
non c’è concorrenza si riducono sia il pluralismo dell’informazione sia le
occasioni di nuova occupazione.
Luci e ombre contrassegnano anche il settore degli uffici stampa, verso il
quale si guarda come a un’importante opportunità occupazionale. La
prospettiva di una stabilizzazione è per molti frustrata dalla mancanza di
una organica soluzione legislativa. Ci sono state due impugnazioni del
commissario dello Stato a un provvedimento che sconta il limite di una
carenza di concertazione. Così è stata ampliata la dotazione regionale con
l’immissione di nuovi addetti stampa ma non è stato modificato il quadro di
incertezza normativa degli uffici stampa degli enti locali. L’auspicio è che
l’iniziativa possa riprendere magari su basi diverse, e con il concorso di
tutti, per fissare un quadro di regole condivise in grado di dare risposte
concrete e giuste alle aspettative di decine di giornalisti.
Parlo naturalmente di giornalisti che hanno tutte le carte in regola. Il
fatto è che, da quando si è cominciato a individuare negli uffici stampa un
importante canale di immissione nel mercato del lavoro, è cresciuta in modo
abnorme la domanda di iscrizione soprattutto nell’elenco dei pubblicisti.
Per l’Ordine si è così posto il problema di controllare in modo più attento
che le esperienze maturate fossero corrispondenti ai criteri previsti dalla
legge e avessero una chiara connotazione giornalistica. Non si tratta di
alzare steccati corporativi, che sarebbero al giorno d’oggi anacronistici e
improponibili, ma di evitare che i territori della professione subissero
inquinamenti incontrollabili. Alla base di questa scelta, che comunque resta
ancorata alle norme sull’ordinamento della professione, c’è l’esigenza di
tutelare l’autonomia del giornalismo mantenendo la sua distanza dal potere
politico.
Tra tante criticità non mancano però sprazzi di luce. Con viva soddisfazione
va annunciato che la scuola di giornalismo dell’Università di Palermo ha
concluso positivamente il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento. Di ciò
vorrei rendere merito a tutti coloro che, all’interno dell’Ordine e
dell’Università, hanno lavorato per la trasformazione del corso in master
coerentemente con il quadro di indirizzi stabilito dal Consiglio nazionale.
La soddisfazione è accresciuta dal fatto che da quest’anno la scuola
disporrà finalmente di un contributo certo: il progetto è risultato primo
tra quelli ammessi al finanziamento del piano formativo regionale. Ciò
consentirà di mantenere in vita la scuola con una dotazione finanziaria che
finora è mancata e di promuovere iniziative che consentiranno agli studenti
praticanti di accrescere enormemente il bagaglio delle esperienze
professionali. Oltre al quotidiano on line, che viene attualmente
pubblicato, saranno prodotti una rivista e spazi di informazione e
approfondimento in collaborazione con testate televisive.
Una volta concluse le fasi organizzative e preparatorie, al più presto si
promuoveranno le selezioni: il master è biennale e saranno ammessi 30
allievi. Rispetto al passato si avrà tra i docenti un numero maggiore, direi
significativamente maggiore, di giornalisti. Non posso, oltre a una naturale
soddisfazione, formulare un sincero e pubblico ringraziamento a coloro che
hanno dato un positivo contributo al successo dell’iniziativa. In primo
luogo all’assessorato regionale al lavoro. E poi a Natale Conti, che con
bando pubblico è stato scelto dall’Università come direttore del laboratorio
della scuola e delle testate; ai consiglieri Angelo Meli, a cui va il merito
di avere ripreso e riorganizzato la scuola in un momento difficile, e
Salvatore Li Castri. Ma devo riconoscere che l’intero Consiglio ha dato il
proprio contributo per raggiungere un risultato di prestigio.
I giovani che escono da scuole come questa rappresentano, ormai è chiaro, il
futuro della professione. Il rischio con cui si fanno i conti è che i corsi
di Scienze delle comunicazioni possano diventare una fabbrica di illusioni
ma è anche vero che le sfide del mercato vanno affrontate a viso aperto. E
per questo è necessaria una formazione sempre più robusta. Una volta il
percorso formativo si realizzava all’interno delle stesse redazioni. Ma oggi
i punti di riferimento sono stati accantonati dall’organizzazione
redazionale, sempre più incentrata sul lavoro del desk, e anche dalle scelte
degli editori sempre meno disposti a investire sulla formazione dei propri
giornalisti. E dunque occorre prendere atto del fatto che il momento
centrale della formazione passa attraverso l’incontro tra la cultura
professionale, le tecniche dell’informazione e i saperi universitari.
Sono certo di non esprimere su questo punto solo un’opinione personale.
All’Università, come mezzo e come meta, guardano anche quelli che nella
professione ci sono già e spesso ci stanno con grande dignità e
autorevolezza. Ma, dovendo dedicare al lavoro la quasi totalità del loro
impegno, non hanno magari avuto modo di completare gli studi. Ora hanno
l’opportunità di puntare anche a questo obiettivo. Potranno farlo grazie al
progetto “laureare l’esperienza”, promosso dall’Ordine, al quale hanno
aderito le Università di Catania, Enna e Messina. Molti colleghi hanno
ritrovato perciò il piacere di riprendere e completare il percorso
universitario.
A questi risultati ascrivibili al bilancio positivo dell’Ordine vanno
aggiunti tante altre note di rilievo. In primo luogo le iniziative culturali
che ormai rappresentano un momento di grande interesse. Nell’ambito
dell’edizione 2004 del premio intestato a Mario Francese è stato organizzato
tra Palermo e Racalmuto un convegno su Sciascia e i giornali. Le relazioni,
che in realtà sono veri e propri saggi, sono state ora raccolte in un volume
(“Il romanzo quotidiano”) pubblicato qualche mese fa con successo tanto che
l’editore Kalós ha pensato di stamparne una seconda edizione.
Ora stiamo pensando alla pubblicazione per l’editore Rubbettino di un altro
volume nel quale saranno raccolte le relazioni presentate al convegno sul
giornalismo d’inchiesta (“Oltre la notizia”) organizzato per l’edizione 2005
del premio Francese. Quest’anno sono state promosse altre due iniziative: la
pubblicazione di un volume che contiene scritti storici di Francese e di
Mario Genco sui bombardamenti in Sicilia nel 1943 (ci sarà un ricco e
prezioso corredo fotografico) e una mostra sul “giornalismo che non muore”
dedicato alla memoria dei cronisti uccisi. La mostra è stata realizzata in
collaborazione con l’associazione Ilaria Alpi ed è stata inaugurata allo
Spasimo di Palermo il 26 gennaio scelto come giorno della memoria per i
giornalisti uccisi (tra l’altro quel giorno è stata intestata a Mario
Francese la scuola di giornalismo di Palermo). La mostra, di cui hanno
ampiamente parlato i giornali, ha riscosso molto interesse soprattutto tra i
giovani (cosa che ci conforta e ci gratifica) e ora è a Catania. Proprio per
diffondere la memoria migliore e il valore civile del giornalismo siciliano
la mostra è stata ideata per essere itinerante. Contiamo di portarla anche,
e soprattutto, nelle scuole.
L’ultima notazione ci consente di concludere questa relazione con una nota
di vivissima soddisfazione. E riguarda la gestione dell’Ordine che
quest’anno presenta un attivo superiore a 50 mila euro. Questo risultato, di
cui voglio rendere merito prima di tutto al tesoriere Salvatore Li Castri e
all’attenta e competente attività svolta dal collegio dei revisori
presieduto da Placido Ventura, è stato raggiunto grazie a un oculato impiego
delle risorse, a un responsabile e razionale contenimento delle spese, a
scelte comunque improntate a una sobria linea di gestione, a un’azione di
recupero delle quote arretrate.
Vi assicuro che la guida dell’Ordine non è un’impresa semplice e spesso
produce più amarezze che soddisfazioni. Ma di fronte a un bilancio
complessivo come quello che sottopongo al vostro giudizio non posso che
dire: forse ne è valsa la pena.
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