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ROMA - IMPUTATO ALZATEVI
IL 29 MAGGIO SI E' SVOLTA LA PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO PER DIFFAMAZIONE, A
CARICO DEL PROFESSORE TRENTINO QUIRINO PARIS, DELLA UNIVERSITY OF CALIFORNIA,
DAVIS, INTENTATOGLI DA SETTE DOCENTI PER AVERE DENUNCIATO PRESUNTE IRREGOLARITA' IN ALCUNI CONCORSI UNIVERSITARI
1 giugno 2006
di Francesca Patanè
ROMA -
Lunedì scorso, 29 maggio, si è svolta la prima udienza del processo a
Quirino Paris, il professore trentino che dalla California, dove vive e
lavora, si è messo in testa di fare chiarezza sui concorsi accademici
italiani
Si è concluso con un nulla di fatto il primo round del processo a Quirino
Paris, il professore trentino di Economia agraria che - con un
esposto-siluro lanciato dall’University of California, Davis, dove nel ’69
ha messo le tende per sfuggire a una disoccupazione tutta italiana che non
si risolve come in America a colpi di eccellenza (nel Belpaese l’eccellenza
più nota è stata per anni Sua Eccellenza Raffaele Cutolo) - ha disturbato i
sonni di una buona fetta di economisti accademici italiani colpevoli,
secondo Paris, di monopolizzare le commissioni di concorso allo scopo di
favorire parenti e amici.
Il processo si è aperto il 29 maggio a Roma davanti a un giudice di
pace donna, tanto bionda quanto determinata (a non perdere tempo).
E donne erano pure il Pubblico Ministero, per la verità un po’ spaesato per
una sostituzione dell’ultima ora (possibile che in Italia non si riesca a
programmare senza intoppi neanche un’udienza di Tribunale?) e l’agguerrito
avvocato difensore del professore Paris, l’unico con le idee chiare
sull’intera vicenda, non foss’altro che per essersela potuta studiare
abbondantemente prima della data di convocazione (passi per le prove che,
pur se acquisite agli atti, devono comunque formarsi davanti al giudice in
sede di udienza, ma sicuro che la sostituzione del Pm sia stata talmente
estemporanea da non aver potuto impedire le ricerche concitate, tra le carte
del fascicolo, di documenti forse mai visti, di certo non personalmente
riordinati?).
In ritardo sulla tabella di marcia, tra una querela ritirata perché
il cane del vicino ormai si è trasferito altrove e perciò non disturba più e
una surreale storia di assicurazioni e incidenti fantasma (primo quesito per
i lettori: se due veicoli pur non tamponandosi provocano un incidente, di
chi è la colpa dell’incidente?), per il processo Paris il gong d’inizio
suona quaranta minuti dopo l’ora fissata per la convocazione. Bazzecole, ci
siamo abituati. Con un condizionatore d’aria più efficiente saremmo stati
meglio.
Lui, l’Imputato - chiuso nel suo gessato marrone (fondo marrone e
microscopiche righe celesti, per gli amanti del dettaglio), rigoroso come
solo gli italiani dell’Estero sanno essere; i querelanti – quattro su sette
hanno scelto di non mancare all’appuntamento – eleganti alla stessa maniera,
ma con qualche chewing-gum di troppo, forse per calarsi meglio
nell’atmosfera californiana (ma non era vietato masticare gomme americane
nei Tribunali?), e col tormento dei cellulari sempre accessi e trillanti, in
barba ai cartelli di divieto che, per una sorta di deformazione
professionale allargata, ne proibivano l’accensione o, in subordine, ne
imponevano l’azzeramento del suono.
Il fatto ruota intorno a due e-mail di denuncia scritte da Paris nel 2003
al presidente Labruna del Cun e al Murst per sollecitare il loro potere di
controllo sulle commissioni di conferma dell’area AGR01 (Economia ed Estimo
rurale) e inviate per conoscenza anche ai tre docenti coordinatori d’area al Cun (Enrico Purceddu, Paolo Inglese e Graziano Zocchi), uno dei quali (Zocchi)
pensa bene di diffonderle a sua volta a tutti i nomi indicati da Paris sulla
denuncia.
Questa sorta di spettegolamento accademico causa a Paris le sette
querele per diffamazione oggetto del contendere dell’udienza del 29.
Sette, infatti, come i re di Roma (altro adeguamento, stavolta alla scena
del processo?), sono i docenti in odore di subìta diffamazione: Mario
Prestamburgo, Antonino Bacarella, Francesco Bellia e Giuseppe Chironi
presenti all’udienza, e Salvatore Tudisca, Dario Casati e Lorenzo Idda,
assenti più o meno giustificati.
Ad assisterli legalmente tre fior di fori, quello di Gorizia, avvocato
Francesco Sorrentino, per Prestamburgo; quello di Catania, avvocato Filippo
Paterniti, per Bellia e quello di Palermo, avvocato Fabrizio Lanzarone, per
Bacarella e Chironi e per l’assente Tudisca.
Presenti in aula buona parte dei testi citati da Paris (dalla
controparte nessun testimone), che però – precisa il giudice prima
dell’inizio – in quanto testi non possono assistere, e perciò vengono
invitati a accomodarsi fuori.
Assenti dall’aula i querelanti (nei corridoi a chiacchierare), che però –
precisa il giudice prima dell’inizio – in quanto parte in causa devono
assistere, e perciò vengono invitati a accomodarsi dentro.
Primo passo, tanto formale quanto inutile: il tentativo di
conciliazione. La pacificazione è importante, ci mancherebbe, è nel prezzo
che sta il problema. Soldi? Peggio: scuse formali e scritte. “Il professore
non intende trattare: questa non è una lite, ma un atto di giustizia”,
stoppa l’agguerrita difesa.
Si procede. Costituzione di parte civile, come da copione. La singolar
tenzone può avere formalmente inizio. O meglio, potrebbe. Perché di fatto si
impantana intorno alla prima eccezione avanzata dalla difesa: l’improcedibilità
delle querele presentate fuori tempo.
E’ il caso dei sette docenti? Sì, no, forse. Tutto ruota intorno alle norme
giurisprudenziali in materia di validità legale dei prodotti telematici:
quale considerare come data di partenza, quella effettiva delle e-mail, come
sostiene la difesa, o quella, di molto successiva, che parte
dall’accertamento reale dell’autore dei due scritti, come sostiene l’accusa,
Sorrentino in testa?
Cavilli legali? Forse. Ma il giudice sul nuovo diritto post-telematico vuole
vederci chiaro. E nell’attesa preferisce rigettare. Uno a zero per i
querelanti. (“A posto. Ormai è fatta” si lascia sfuggire uno di loro a dieci
centimetri dall’orecchio vigile della stampa presente in aula).
Si va avanti. Parla Paterniti e parla di giornali: “Il professore
Paris continua a rilasciare interviste, anche su quest’udienza” (con tutta
la buona volontà, non ci pare che sia vietato).
Poca roba, di una manciata di secondi, per il resto la scena è tutta delle
legittime bramosie oratorie dell’avvocato Lanzarone puntualmente stroncate
sul nascere dalla bionda lady di ferro: “avvocato, resti nei ranghi, ci sono
altre cause, dopo” (signor giudice, cerchi di capire, che arringa è
l’arringa di un avvocato che non può arringare?). “Noi ci opponiamo alla
produzione di alcuni testi”, dice Lanzarone, discettando sul chi e sul
perché. “E ci opponiamo anche alla produzione di articoli di stampa come
prove documentali” ( ah, la stampa, la stampa! spina nel fianco delle
pseudodemocrazie di ritorno).
Insomma, tra cavilli e opposizioni, confusione di carte - cercate,
acquisite, estratte e reimpilate - e perplessità sostanziali in attesa di
approfondimenti, il processo Paris viene rimandato al prossimo round: lunedì
9 ottobre, stessa ora, stesse facce, stessa sede, quella del giudice di
pace.
Come una lite di condominio. Come un tamponamento. Come un can che abbaia e
non morde.
E qui c’è il secondo quesito per i lettori: se alla fine si accerterà che
nemmeno il cane c’era, che sono quelle strane impronte di denti sul Corpo
accademico italiano?
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28 maggio 2006
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