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Enza Garipoli
Direttore
  
TORNA A SICILIA MILLENNIUM  

Rita Corona

 

 "QUEL VESTITO DI VELLUTO,
 E QUELLA FASCIA ROSSA!...."

di
Vittorio Corona
 

 


LA CONTRODANZA
 

    Ero innamorato di quel vestito velluto: mi sentivo importante. mi sentivo elegante, mi sentivo grande. Adoravo quella fascia rossa in vita: mi sentivo coraggioso, mi sentivo forte, mi sentivo ammirato. Qualche dubbio lo avevo sui "pon pon" di lana rossi al collo, non mi hanno mai convinto troppo. In compenso, il berretto era fantastico: mi sentivo personaggio, mi sentivo addirittura carino. E’ il ricordo più nitido che ho: la vestizione. E d'altronde ero un bambino, e i bambini, si sa, amano travestirsi. lo non capivo bene di cosa mi travestissi quando indossavo l’abito di scena dei Figli dell’Etna, per la vestizione che precedeva lo spettacolo, era emozionante, mi ricordava (chissà perché, forse per la fascia) quella dei toreri e mi trasformava, nella mia fantasia, in una specie di eroe. Che c’era di meglio per un bambino? Per di più anche un po' esibizionista...

   Poi mi piacevano le compagne ed i compagni del gruppo. Le femminucce con le loro gonne di raso e quel rossetto malizioso con cui giocavano a fare le donne, almeno per il tempo in cui durava lo spettacolo. E i maschietti, vestiti come me: una squadra, la mia prima squadra, con tutto quello di bello che si porta dietro il concetto di squadra.
   Non avevo, non ho mai avuto una gran voce. Mia madre non me lo ha mai detto ma io ho sempre pensato che fosse prostrata da questa mancanza, che forse per lei, che sulle voci lavorava, era incomprensibile, inconcepibile. Però nei balletti non ero male: nella tarantella ci mettevo anche qualcosa di mio oltre ai passi e ai movimenti obbligatori.
   E poi facevo il presentatore, e stranamente mi veniva facile. Davvero stranamente, se penso a quanto adesso, da adulto, anzi da uomo di mezza età, mi imbarazzi, spesso mi infastidisca parlare in pubblico. Ma tant’è, allora me la cavavo, ero contento e non conoscevo l’esistenza di Pippo Baudo che, a pochi chilometri di distanza, a Militello, già si allenava a presentare tutto.

   Correva l’anno 1956 e la prima volta, il debutto, fu al Circolo Artistico di Catania. Non sono più andato al Circolo Artistico e, a dire il vero, non so se ancora esista, ma nella mia memoria occupa un posto di assoluto privilegio. Ricordo benissimo dov’è, ricordo l’ingresso. Ricordo la sala, il palcoscenico, la gente che mi ascoltava annunciare i pezzi dello spettacolo e che mi applaudiva. Ricordo quei fogli, i testi che dovevo leggere, che mi scivolarono di mano e si sparsero in terra tutt’ intorno ed io, che incredibilmente non piansi per la vergogna, non m’impaurii, controllai la situazione. Ero davvero io quel bambino? lo, che se dovessi incappare oggi in un incidente come quello scapperei dietro le quinte lasciando in terra quei fogli? Forse no forse non ero io: ero un Figlio dell' Etna, quindi un eroe col suo vestito da "eroe": può un "eroe" lasciarsi vincere da qualche foglio ribelle?
  
Bambino, certo: con la forza che la fantasia regala a un bambino, è naturale. Ma tutt’ intorno anche la realtà aiutava. Una città fantastica, allora, Catania; della gente fantastica, allora, i Catanesi. Quel che è rimasto di quella città, di quella gente, lascio che lo giudichi chi oggi ancora ci vive. Io. francamente, tutte le volte che ci torno (almeno un mese l’anno) non la riconosco più: non trovo quasi mai niente nella realtà di oggi da confrontare con la struggente bellezza dei miei ricordi.

   Gli anni passano, è normale, si dirà. Forse: anche se credo che distruggere (paesaggi, ambiente, caratteri, odori, sapori, abitudini, dolcezze, Dna) non è poi così normale. Trovo incredibile che i Figli dell’Etna esistano ancora: coi loro vestiti di velluto e le loro gonne di raso. Cocciuti, ostinati, fantastici. A mia madre non lo dico, ma lei e il suo gruppo mi ricordano quei giapponesi che anche a guerra ormai finita e persa continuano da soli e circondati da migliaia di nemici.

Per continuare una tradizione, certo; per non far morire una cultura, certo, ma forse per illudersi di vivere nella stessa Catania che quell’anno 1956, al Circolo Artistico, applaudì il debutto dei Figli dell’Etna. Dev’essere davvero quell’abito; è probabile che possieda poteri paranormali che davvero trasformano chi lo indossa in eroe.
Da sempre, da quando sono diventato un ragazzo, fino ad oggi, nel mio guardaroba un abito di velluto non è mai mancato e non manca: altra taglia, altro modello, ma stesso tessuto, stesse coste, stesso piacere d’indossarlo. Non mi fa più l’effetto di sentirmi "eroe" (del resto manca la fascia rossa...), però mi aiuta a vivere.
E poi, benché abbia continuato a non avere voce, da anni faccio qualcosa che, nonostante l’amore che mi porta, mia madre, giustamente, non mi ha mai fatto fare nel gruppo. Da anni, la sera, con gli amici, canto "E vui durmiti ancora". Ormai tutta Milano la conosce a memoria. Dovrebbe diventare l’inno ufficiale di Catania, dei catanesi: "lassati stari, nun durmiti cchiù...". Svegliatevi, catanesi.

 

 
TEATRO VERGA:  DOMENICA  22 GIUGNO 2003, ALLE 20
 INGRESSO LIBERO

  "PER NON   DIMENTICARE!"
 I FIGLI DELL'ETNA
 di Rita Corona
 RICORDANO IL 118° DELLA
 NASCITA  DEL MAESTRO
 GAETANO EMANUEL CALI'

 

 PRESENTA PUCCIO CORONA
NIPOTE DEL GRANDE  COMPOSITORE
 

INTERVISTA
A RITA CORONA
NEL 44° ANNIVERSARIO DEI "FIGLI DELL'ETNA"

giugno 2000
di ENZA GARIPOLI


"QUEL VESTITO DI VELLUTO, E QUELLA FASCIA ROSSA!...."
di
Vittorio Corona
( per gentile concessione della signora Rita Corona)


I FIGLI DELL'ETNA
IN CATTEDRALE

di E. G.


IL FOLKLORE SICILIANO DEL GRUPPO
DEI FIGLI DELL'ETNA

 DI RITA CORONA

di Enza Garipoli


 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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