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Dall'Italia e dal Mondo

11 ottobre 2007


NOBEL LETTERATURA - DORIS LESSING - UNA VITA LUNGA UN VIAGGIO, UN VIAGGIO LUNGO UNA VITA

STOCCOLMA  - Viaggiare è vivere, è una passione che "spinge avanti gli uomini, la passione più forte che abbiamo, più forte del sesso" così dice la scrittrice inglese Doris Lessing  agli inizi del secolo scorso.
Il tema del viaggio risalta nella sua autobiografia, in due libri:
 Sotto la pelle e Camminando nell’ombra, dove il viaggio è l'occasione principale per nuove modalità di essere, alla ricerca degli affetti, ma anche del proprio passato pur rimanendo fortemente con la ragione rivolta soprattutto al presente.

Aveva solo cinque anni, quando Doris Lessing parte con la sua famiglia da Kermashah, in Persia, dove è nata, alla volta di Londra. La città che i suoi genitori avevano lasciato trascinandosi i retaggi della Grande Guerra: delusioni, amarezze e, per il padre, il trauma per l’amputazione di una gamba.

Il ritorno in Inghilterra si compie su un percorso a dir poco avventuroso, passando per Mosca all’indomani della recente rivoluzione: volti di estrema povertà e di paura, fotogrammi ora nitidi ora evanescenti riemergono alla mente con balzi improvvisi e brusche accelerazioni.
Ricordi come sogni, alterazioni tipiche dell’età infantile fluiscono in percezioni differenti: atmosfere magiche e insieme pregne di tensione, spazi di angusti scompartimenti e cabine di navi che l’alba della memoria rende cavernosi, angoli freddi per gli spifferi che soffiano dai vetri rotti dei finestrini e zone di caldo asfissiante per la calca dei passeggeri. Ancora i sensi si increspano per quella "puzza fredda, soffocante, metallica che è l'odore dei pidocchi".

A lungo la parola Russia evocherà per la scrittrice i marciapiedi delle stazioni, le continue fermate del treno con tutti i suoi stridori e cigolii.
Nel successivo approdo in Inghilterra dall’incontro con i parenti la memoria recupera ritratti sbiaditi, incorniciati da atmosfere tetre per lo squallore degli ambienti e dei luoghi. E da dietro i vetri sporchi, battuti dalla pioggia scrosciante, rimbalza l’abbandono di muri scorticati che comprimono strade fredde e grigie.
Poche settimane e la famiglia riparte, per la Rhodesia del Sud (oggi Zimbawe).
Brezze di malinconia e di allontanamento scortano per un certo tratto la nave; lentamente le bianche scogliere scivolano in mare e con esse gli affetti, le attese giovanili e le lacrime di sua madre per la quale la traversata si delinea come tentativo di ridisegnare il percorso che la guerra le aveva deviato. Uno spostamento che non corre su un binario rettilineo alla cui estremità l’approdo non rappresenta l’inizio di un progetto definitivo. "...Penso che considerasse l’Africa come una breve parentesi, una stazione di transito, da lasciarsi presto alle spalle. Nulla le era mai accaduto che la preparasse a ciò cui andava incontro". Così la scrittrice in Mia madre, l’opera in cui ripensa il rapporto con la figura materna.

In una dimensione di provvisorietà e di aspettativa si delinea, così, il viaggio di questa donna delusa dal suo mondo ma ad esso irrimediabilmente legata da residui di convenzionalità. Asfittici codici comportamentali, barriere tra lei e la nuova realtà, assottiglieranno irrimediabilmente il dialogo con sua figlia.
La lunga traversata aprirà nuovi orizzonti percettivi per la giovane scrittrice che ravviserà proprio in quelle settimane il configurarsi a chiare linee dei suoi impulsi rancorosi verso la madre. Un flashback ed eccola intenta a deturpare con un paio di forbicine un elegante abito materno perché le viene impedito l’accesso al salone delle feste dov’erano i suoi genitori. O quando, ripescata dalle acque dell’oceano in cui era stata gettata per un futile scherzo del capitano non ricorda se è più preda della paura o del livore contro quella donna che sente lontana mentre ride e la sollecita a stare al gioco. Ma è proprio all’epoca di quel viaggio che si manifestano le prime attestazioni di risolutezza che caratterizzeranno la sua personalità.

Oggi, con lucida serenità da ottantenne, nella sua ultima fatica letteraria Il sogno più dolce, coglie in un atteggiamento di determinazione della protagonista, una forma di "irrigidimento interiore... come uno sbadiglio represso".

Negli anni giovanili tuttavia è questo il sentimento che sostiene la ferma volontà di fuggire sua madre "scegliendo una sorta di emigrazione interiore da tutto quello che rappresenta": la dolorosa, patetica, intollerabile incapacità di padroneggiare la propria sorte. "Io no. Io non lo farò." Di qui l’urgenza di far straripare l’inarrestabile ansia di andare, di allontanarsi, di lasciare la terra d’Africa, testimone della sua adolescenza, della sua vita matrimoniale, delle sue maternità. "Una parte di me sapeva che non mi sarei fermata a quella vita. Non avevo in mente qualcosa di serio come un progetto o un programma. No, mi limitavo a sognare una vita in compagnia di spiriti liberi come me a Parigi o a Londra."

Rivalsa alla solitudine dei primi anni nella savana africana? Certamente no. La scrittrice non solo non assimila le ansie materne per la mancata vita di relazione, ma individua nell’isolamento di quel tempo un bene prezioso, un imprescindibile presupposto al suo girovagare nella boscaglia in libertà. Quando lascia il veld e si sposa per la prima volta, solo esteriormente aderisce al conformismo del suo tempo , tanto da affermare che "qualunque osservatore sarebbe stato ingannato perché apparentemente facevo tutto bene".

Quelli sono gli anni del secondo conflitto mondiale ed è nel modo di atteggiarsi del pensiero e nel continuo parlare di guerra che la scrittrice individua "la causa prima di quel bisogno smodato e scalpitante di fuggire, come un’avversione nervosa verso il posto nel quale mi trovavo un attimo prima, come se qualcosa all’improvviso potesse esplodere e trascinarmi nel baratro".

E a trent’anni decide di partire alla volta di Londra con il figlio avuto dal secondo marito Gottfried Lessing e il manoscritto del suo primo romanzo L’erba canta in valigia.
Quando la nave prende il largo, respira aria di allontanamento, di libertà, di fuga dall’ombra materna e dalla città angusta e provinciale dove ogni discussione ha un unico argomento di fondo: la Segregazione razziale e le tensioni tra bianchi e neri.
Supportata da una costante presenza di spirito, dalla fede nel Partito Comunista, nei compagni e nel suo futuro di scrittrice, fronteggia i disagi dell’approdo dettati dalla precarietà economica.
Qualche anno dopo, altri venti aleggiano sul ritorno della madre, ormai vedova, "a Londra, quel paradiso che aveva sognato per tutta la durata dell’esilio", con l’intima speranza di essere accolta da sua figlia. Delusa e incapace di elaborare l’amarezza del rifiuto, pur ossessionata dagli spettri della solitudine, parte nuovamente per l’Africa a ripetere percorsi noti con l’incerto piede di chi ha smarrito l’orientamento.
Altri i viaggi che, in Russia, in Africa e in Francia, aiuteranno la scrittrice ad abbattere quelle "barriere percettive che impediscono una chiara visione" della vita, inficiando la libertà di realizzare scelte coraggiose e coerenti fino all’ammissione dei propri errori.
Ormai non serve più andare. Europa, Asia, Africa e tutto il resto del mondo presentano panorami dai profili incerti e privi di punti di riferimento.
Perché dunque questo viaggio a ritroso nella propria vita? "Per autodifesa" "È come camminare lungo una strada pianeggiante e spesso monotona in una gradevole semioscurità, con la consapevolezza che da un momento all’altro qualcuno potrebbe accendere un riflettore".
...e intanto "i bambini di un tempo se ne vanno" ( da Il sogno più bello).

 

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