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LETTERATURA - DORIS LESSING - UNA VITA LUNGA UN VIAGGIO, UN
VIAGGIO LUNGO UNA VITA

STOCCOLMA -
Viaggiare è vivere, è una passione che "spinge avanti gli
uomini, la passione più forte che abbiamo, più forte del
sesso" così dice la scrittrice inglese Doris Lessing
agli inizi del secolo scorso.
Il tema del viaggio risalta nella sua autobiografia, in due
libri:
Sotto la pelle e Camminando nell’ombra, dove il
viaggio è l'occasione principale per nuove modalità di essere,
alla ricerca degli affetti, ma anche del proprio passato pur
rimanendo fortemente con la ragione rivolta soprattutto al
presente.
Aveva solo cinque anni, quando Doris Lessing parte con
la sua famiglia da Kermashah, in Persia, dove è nata, alla
volta di Londra. La città che i suoi genitori avevano lasciato
trascinandosi i retaggi della Grande Guerra: delusioni,
amarezze e, per il padre, il trauma per l’amputazione di una
gamba.
Il ritorno in Inghilterra si compie su un percorso a
dir poco avventuroso, passando per Mosca all’indomani della
recente rivoluzione: volti di estrema povertà e di paura,
fotogrammi ora nitidi ora evanescenti riemergono alla mente
con balzi improvvisi e brusche accelerazioni.
Ricordi come sogni, alterazioni tipiche dell’età
infantile fluiscono in percezioni differenti: atmosfere
magiche e insieme pregne di tensione, spazi di angusti
scompartimenti e cabine di navi che l’alba della memoria rende
cavernosi, angoli freddi per gli spifferi che soffiano dai
vetri rotti dei finestrini e zone di caldo asfissiante per la
calca dei passeggeri. Ancora i sensi si increspano per quella
"puzza fredda, soffocante, metallica che è l'odore dei
pidocchi".
A lungo la parola Russia evocherà per la scrittrice i
marciapiedi delle stazioni, le continue fermate del treno con
tutti i suoi stridori e cigolii.
Nel successivo approdo in Inghilterra dall’incontro con i
parenti la memoria recupera ritratti sbiaditi, incorniciati da
atmosfere tetre per lo squallore degli ambienti e dei luoghi.
E da dietro i vetri sporchi, battuti dalla pioggia
scrosciante, rimbalza l’abbandono di muri scorticati che
comprimono strade fredde e grigie.
Poche settimane e la famiglia riparte, per la Rhodesia del Sud
(oggi Zimbawe).
Brezze di malinconia e di allontanamento scortano per un certo
tratto la nave; lentamente le bianche scogliere scivolano in
mare e con esse gli affetti, le attese giovanili e le lacrime
di sua madre per la quale la traversata si delinea come
tentativo di ridisegnare il percorso che la guerra le aveva
deviato. Uno spostamento che non corre su un binario
rettilineo alla cui estremità l’approdo non rappresenta
l’inizio di un progetto definitivo. "...Penso che considerasse
l’Africa come una breve parentesi, una stazione di transito,
da lasciarsi presto alle spalle. Nulla le era mai accaduto che
la preparasse a ciò cui andava incontro". Così la scrittrice
in Mia madre, l’opera in cui ripensa il rapporto con la figura
materna.
In una dimensione di provvisorietà e di aspettativa si
delinea, così, il viaggio di questa donna delusa dal suo mondo
ma ad esso irrimediabilmente legata da residui di
convenzionalità. Asfittici codici comportamentali, barriere
tra lei e la nuova realtà, assottiglieranno irrimediabilmente
il dialogo con sua figlia.
La lunga traversata aprirà nuovi orizzonti percettivi per la
giovane scrittrice che ravviserà proprio in quelle settimane
il configurarsi a chiare linee dei suoi impulsi rancorosi
verso la madre. Un flashback ed eccola intenta a deturpare con
un paio di forbicine un elegante abito materno perché le viene
impedito l’accesso al salone delle feste dov’erano i suoi
genitori. O quando, ripescata dalle acque dell’oceano in cui
era stata gettata per un futile scherzo del capitano non
ricorda se è più preda della paura o del livore contro quella
donna che sente lontana mentre ride e la sollecita a stare al
gioco. Ma è proprio all’epoca di quel viaggio che si
manifestano le prime attestazioni di risolutezza che
caratterizzeranno la sua personalità.
Oggi, con lucida serenità da ottantenne, nella sua ultima
fatica letteraria Il sogno più dolce, coglie in un
atteggiamento di determinazione della protagonista, una forma
di "irrigidimento interiore... come uno sbadiglio represso".
Negli anni giovanili tuttavia è questo il sentimento
che sostiene la ferma volontà di fuggire sua madre "scegliendo
una sorta di emigrazione interiore da tutto quello che
rappresenta": la dolorosa, patetica, intollerabile incapacità
di padroneggiare la propria sorte. "Io no. Io non lo farò." Di
qui l’urgenza di far straripare l’inarrestabile ansia di
andare, di allontanarsi, di lasciare la terra d’Africa,
testimone della sua adolescenza, della sua vita matrimoniale,
delle sue maternità. "Una parte di me sapeva che non mi sarei
fermata a quella vita. Non avevo in mente qualcosa di serio
come un progetto o un programma. No, mi limitavo a sognare una
vita in compagnia di spiriti liberi come me a Parigi o a
Londra."
Rivalsa alla solitudine dei primi anni nella savana africana?
Certamente no. La scrittrice non solo non assimila le ansie
materne per la mancata vita di relazione, ma individua
nell’isolamento di quel tempo un bene prezioso, un
imprescindibile presupposto al suo girovagare nella boscaglia
in libertà. Quando lascia il veld e si sposa per la prima
volta, solo esteriormente aderisce al conformismo del suo
tempo , tanto da affermare che "qualunque osservatore sarebbe
stato ingannato perché apparentemente facevo tutto bene".
Quelli sono gli anni del secondo conflitto mondiale ed è nel
modo di atteggiarsi del pensiero e nel continuo parlare di
guerra che la scrittrice individua "la causa prima di quel
bisogno smodato e scalpitante di fuggire, come un’avversione
nervosa verso il posto nel quale mi trovavo un attimo prima,
come se qualcosa all’improvviso potesse esplodere e
trascinarmi nel baratro".
E a trent’anni decide di partire alla volta di Londra con il
figlio avuto dal secondo marito Gottfried Lessing e il
manoscritto del suo primo romanzo L’erba canta in valigia.
Quando la nave prende il largo, respira aria di
allontanamento, di libertà, di fuga dall’ombra materna e dalla
città angusta e provinciale dove ogni discussione ha un unico
argomento di fondo: la Segregazione razziale e le tensioni tra
bianchi e neri.
Supportata da una costante presenza di spirito, dalla fede nel
Partito Comunista, nei compagni e nel suo futuro di
scrittrice, fronteggia i disagi dell’approdo dettati dalla
precarietà economica.
Qualche anno dopo, altri venti aleggiano sul ritorno della
madre, ormai vedova, "a Londra, quel paradiso che aveva
sognato per tutta la durata dell’esilio", con l’intima
speranza di essere accolta da sua figlia. Delusa e incapace di
elaborare l’amarezza del rifiuto, pur ossessionata dagli
spettri della solitudine, parte nuovamente per l’Africa a
ripetere percorsi noti con l’incerto piede di chi ha smarrito
l’orientamento.
Altri i viaggi che, in Russia, in Africa e in Francia,
aiuteranno la scrittrice ad abbattere quelle "barriere
percettive che impediscono una chiara visione" della vita,
inficiando la libertà di realizzare scelte coraggiose e
coerenti fino all’ammissione dei propri errori.
Ormai non serve più andare. Europa, Asia, Africa e tutto il
resto del mondo presentano panorami dai profili incerti e
privi di punti di riferimento.
Perché dunque questo viaggio a ritroso nella propria vita?
"Per autodifesa" "È come camminare lungo una strada
pianeggiante e spesso monotona in una gradevole semioscurità,
con la consapevolezza che da un momento all’altro qualcuno
potrebbe accendere un riflettore".
...e intanto "i bambini di un tempo se ne vanno" ( da Il sogno
più bello).
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