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Dall'Italia e dal Mondo

11 ottobre 2007


DORIS LESSING: Una breve dichiarazione sullo stato del mondo

Oggi, quando i giovani osservano il mondo che hanno ereditato, vedono immense e spaventose strutture di potere che ci minacciano tutti – e minacciano anche loro.

Vedono gli imperi economici globali; gli Stati Uniti, un impero al vertice della sua potenza; il conflitto israeliano palestinese; le minacce della guerra e del terrorismo – e ve ne sono molte altre. Con quale disappunto e quale scoraggiamento i giovani che immaginiamo osservano tutto questo, chiedendosi cosa possono fare per cambiare le cose.

Quando io ero giovane, le nuove generazioni si trovavano di fronte a un mondo che incuteva altrettanta paura.

C’era l’Unione Sovietica, che sembrava dover durare per sempre. Hitler intendeva regnare per mille anni, e Mussolini aveva le stesse pretese. L’Impero Britannico era vanaglorioso e arrogante. Lo erano anche tutti gli imperi europei. Il Giappone invadeva la Cina, e ciò che all’epoca era chiamata la Barriera del Colore – il razzismo – sembrava dover esistere in eterno.

Eppure, nel giro di pochi anni, tutte queste potenti strutture sono crollate. Nulla ne è rimasto, non erano più solide delle nuvole.

Sono giunta alla conclusione che le grandi organizzazioni monolitiche, apparentemente indistruttibili, sono di fatto le piú fragili, e quando sembrano essere al culmine della loro forza, sono in realtà nel loro momento piú vulnerabile. Quando rifletto sul passato, oggi non vedo i grandi imperi e i dittatori, ma solo i piccoli individui, e le cose straordinarie che sanno realizzare.



Mara and Dann- (Fanucci Editore)



Adesso Mara sapeva che non avrebbe dormito. Si drizzò a sedere e si guardò intorno con attenzione. Un grosso cero faceva una bella luce ferma che le permetteva di vedere quasi tutto. Quei muri erano fatti di grossi blocchi di roccia. Erano lisci, e si vedevano le incisioni sopra, alcune colorate. Quei muri non erano come quelli dell’altra casa di roccia, che li aveva grezzi. In alto, sulle grosse colonne di pietra che reggevano le lastre del tetto c’erano delle incisioni. C’erano delle mensole di pietra, in un angolo c’era una stanzetta, sporgente, e di fronte una porta che dava su una stanza più interna, con le tende di una stoffa marrone scivolosa. Questa stanza aveva una finestra, ma con le imposte di legno, chiuse male. Volendo la gente poteva guardare dentro. Adesso fuori c’era gente che camminava; Mara la sentiva: stavano parlando.

Adesso Mara era seduta, le braccia sulle ginocchia, e non aveva mai riflettuto così a fondo in vita sua. A casa c’era un gioco che tutti i genitori facevano con i figli. Si chiamava: Cosa Hai Visto? Mara aveva più o meno l’età di Dann la sera in cui venne chiamata per la prima volta nella stanza di suo padre, che sedeva nella grande poltrona dipinta e intagliata. Le disse: “Adesso facciamo un gioco. Qual è la cosa che ti è piaciuta di più oggi?”

Cominciò a chiacchierare: “Ho giocato con mia cugina… sono uscita in giardino con Shera… ho costruito una casa con i sassi”. Allora il padre aveva detto: “Raccontami della casa”. E lei: “Ho costruito una casa con i sassi che venivano dal greto del fiume”. E lui: “Adesso raccontami dei sassi”. E lei: “Erano quasi tutti lisci, ma alcuni erano appuntiti e di forma diversa”. “Raccontami com’erano i sassi, di che colore, com’erano al tatto”.

E quando il gioco terminò sapeva perché certi sassi erano lisci e altri appuntiti, perché erano di colore diverso, alcuni spaccati, altri tanto piccoli da sembrare sabbia. Sapeva che i fiumi si portano dietro i sassi e che alcuni venivano da molto lontano. Sapeva che una volta il fiume era il doppio di adesso. Le sembrava di sapere un’infinità di cose, eppure suo padre non le aveva detto molto, ma continuava a farle domande perché fosse lei a trovare la risposta dentro di sé.

Per esempio: “Secondo te come mai certi sassi sono tondi e lisci e altri ancora appuntiti?”. Lei ci pensava su e rispondeva, “Alcuni sono stati un sacco di tempo in acqua, a sfregarsi contro gli altri sassi, altri invece si sono staccati da quelli più grossi”. Ogni sera, suo padre o sua madre la chiamavano per giocare a Cosa Hai Visto? Quanto le piaceva.

Durante il giorno, giocando fuori o con i suoi giocattoli, da sola o con gli altri bambini, si scopriva a pensare: adesso osserva bene quello che stai facendo, così stasera puoi raccontare cosa hai visto.

Aveva pensato che il gioco fosse sempre lo stesso: sennonché una sera c’era anche lei quando chiesero per la prima volta al fratellino, Cosa Hai Visto? e aveva capito quanto fosse cambiato il gioco. Perché adesso non era solo Cosa Hai Visto? ma: Cosa hai pensato? Cosa te lo ha fatto pensare? Sei sicuro che quello che hai pensato sia vero?

Quando compì sette anni, non molto tempo prima, e fu ora di andare a scuola, si trovò in una stanza con una ventina di bambini – tutti della sua famiglia o della Grande Famiglia – e l’insegnante, la sorella di sua madre, aveva detto: “E adesso giochiamo a Cosa Hai Visto?”.

Quasi tutti ci giocavano fin da piccini; ma qualche bambino no, e veniva compatito dagli altri, perché non notava niente e spesso restava in silenzio quando i compagni dicevano: “Ho visto…”, questa o quell’altra cosa. All’inizio Mara era contrariata perché il gioco, con tutti quei bambini che partecipavano, diventava più semplice, più infantile, di quanto fosse con i suoi genitori. Era proprio come tornare indietro ai primi tempi: “Cosa hai visto?”. “Ho visto un uccello”. “Che tipo di uccello?”. “Era nero e bianco e col becco giallo”. “Che forma aveva il becco? Secondo te perché il becco ha quella forma?”. Allora capì quello c’era da capire: “Come mai un bambino vede una cosa e un bambino ne vede un’altra? Perché certe volte ci vogliono tanti bambini per vedere tutto di una pietra, di un uccello o di una persona?”.

Ma le lezioni con gli altri bambini si interruppero. Fu a causa di tutti quei guai, della gente che se ne andava via, ogni giorno infatti c’erano meno bambini, e alla fine rimasero solo Mara e Dann e i loro cugini più stretti.

Poi non ci furono più lezioni, nemmeno con i genitori, che erano muti e nervosi e seguitavano a richiamare i figli dentro casa.

(…)

Mara era sola sulla sua torre e ascoltava il sibilo arido del vento tra gli angoli e le travi del vecchio, traballante edificio, sentiva i tonfi monotoni dei rifiuti che cadevano ai piedi della torre e nelle notti peggiori formavano mucchi alti fino alle spalle dei soldati Thore – che li sgombravano al mattino – o fino alla cintola dei soldati Neanthe.

La torre era circondata da uno strato spesso di terra scura e smossa, dove all’inizio delle piogge avrebbero piantato l’orto, che sarebbe maturato in fretta, perché quel terreno era fertile.

Mara dava le spalle alle terre del sud, le cosiddette “terre di laggiù”, e vedeva le luci deboli dei fuochi di guardia che si stendevano per chilometri a est e a ovest e, oltre una cavità buia, la risposta dei fuochi di Agre.

Ascoltava i soldati che cantavano dabbasso: le delicate nenie dei Neanthe, e quelle dei Thore, le cui parole, a un orecchio attento, suonavano come lamenti ipocriti di un popolo sottomesso che aveva paura di parlare apertamente. In certe notti, quando i venti tacevano, quei canti sembravano levarsi per chilometri lungo la frontiera come una supplica a più voci; nelle notti silenziose, giungevano dalle linee nemiche vaghi frammenti di canto.

Una notte, smontando dal turno di guardia, vide qualcosa muoversi tra i mucchi di rifiuti ai piedi della torre e poi il balenare di uno sguardo. Balzò in avanti e trascinò fuori un poveretto terrorizzato che piangeva e supplicava mentre lei gli teneva il coltello puntato alla gola.

“Zitto”, disse Mara. “Dimmi, che notizie dall’esercito meridionale di Agre? Sai qualcosa del generale Shabis?”. “No, non so niente”. “E di Tisitch Dann?”. “No, te l’ho detto, non so niente”. “Allora quali sono le novità sul tuo settore?”. “Nessuna, solo che il tuo esercito attaccherà Shari”. “Ci stavi spiando per cercare di scoprirlo? Be’, vai pure a dire che sono stupidaggini”. E lo lasciò tornare strisciando verso le sue linee.

Ne parlò con la comandante Roz, che si chiese se dovesse fare rapporto alla base, la prossima volta che fossero arrivate le staffette con il cibo. Decise di no, ma disse che avrebbe organizzato una perlustrazione. Mara chiese se poteva andare da sola.

Mostrò alla Roz il suo vecchio abito, che cambiava con la luce, a volte perdeva colore o diventava perfino invisibile, e disse che l’avrebbe messo di notte quando si alzava la polvere, e che avrebbe cercato di sentire cosa dicevano nel posto di guardia di fronte. Quando la comandante vide il vestito, lo tastò – e fece una smorfia, come succedeva sempre.

Mara se lo infilò sopra la biancheria pesante che portavano per il freddo e si lanciò nell’oscurità. Era una notte fredda e rumorosa, perché il vento soffiava a raffiche. Sentiva la polvere salirle sulle gambe. Percorse gli ultimi metri strisciando sulla pancia e rimase distesa, appena fuori dal cerchio luminoso del fuoco.

I soldati intorno al fuoco parlavano anche Charad e Mahondi, mangiavano e lanciavano le ossa e gli avanzi fra le fiamme, dicendo quanto fosse noioso passare la vita a fare la guardia, e con quanta ansia aspettassero il cambio per poter tornare a Shari. Di interessante dissero soltanto che il generale Shabis stava per assumere il comando dell’esercito settentrionale e di Shari, e che il suo arrivo sarebbe stato un bene. “È il migliore di tutti, il generale Shabis, non ci lascerà qui a marcire”. Poi si misero a parlare di donne.

Mara stava pensando di saltare fuori dal suo nascondiglio dietro i cespugli bassi e di dire che era l’aiutante del generale Shabis – l’avrebbero accolta come una di loro, del loro esercito e l’avrebbero portata a… Doveva averle dato di volta il cervello per pensarlo.

Era una donna, sola, e una preda facile. E quelli erano uomini che non toccavano una femmina da mesi. No, se doveva disertare bisognava scegliere un momento in cui avrebbe potuto rubare un po’ di provviste e di acqua, allontanandosi di soppiatto nel buio, sfuggendo alla linea dei fuochi di guardia, e poi ai fuochi di guardia e ai fortini del nemico, correndo come una lepre verso… Ma tanto il generale Shabis non era vicino a Shari.

Rimase distesa immobile, e l’unico momento brutto fu quando un soldato s’inoltrò di qualche passo nel buio per pisciare.

Sentì un sibilare liquido sul terreno secco, e vide quel viso – pieno di nostalgia che fissava il buio pensando a casa – illuminato dai bagliori del fuoco. Poi il soldato tornò dai compagni intorno al bivacco. Alcuni si coprirono e si misero giù a dormire. Due rimasero di guardia. Alle loro spalle, sulla torre di vedetta, i compagni scrutavano le tenebre dall’alto – verso la torre dove lei passava quasi tutto il suo tempo.

Mara sgusciò all’indietro e tornò di corsa verso casa. Perché ora la sua casa era quell’avamposto. Disse alla comandante Roz che forse il generale Shabis sarebbe arrivato a Shari, anche se per lei era solo una speranza dei soldati, perché Shabis era il più gentile di tutti i generali.

La stagione secca passò. I lampi danzarono intorno all’orizzonte e il tuono piombò di schianto, fiumi di pioggia si riversarono dal cielo.

Al mattino la terra che li divideva dal fronte opposto era tutta coperta di rivoletti tortuosi e argentei, perché all’inizio il terreno secco restava impermeabile, e mentre la trama scintillante dell’acqua s’ingrossava, il bagnato penetrò e il terreno divenne una spugna scura ed elastica. Ovunque spuntarono fiori, fragili, brillanti, e in mezzo a quei fiori saltellavano gli uccelli.

E la comandante uscì a piantare l’orto, insieme ai suoi soldati. Il sole sollevava nuvole di vapore. L’aria limpida trasmetteva il canto dalle linee nemiche, e i soldati lungo il fronte rispondevano agli avversari con il loro canto; e per tutta quanta la prima settimana di piogge fu come se i due eserciti si stessero scambiando serenate.

Di notte tutti i soldati uscivano nudi sotto la pioggia tendendo le braccia ed esultavano mentre l’acqua scorreva sui loro corpi. Tutti tranne Mara. Aveva paura di togliersi la sua stringa di monete, e non poteva neanche lasciarla vedere. Quando la presero in giro per la sua timidezza disse che le avevano insegnato a non mostrare il suo corpo a nessuno, tranne che al marito. Questo li fece ridere ancora di più.

(…)

Per strada due uomini avanzarono a passo svelto verso di loro e poi si voltarono a guardare Mara, e Dann disse: “Ma come sono fortunato, a stare con una donna tanto bella”.

Aveva un tono affettato, quasi lezioso, come se osservasse se stesso con compiacimento; e lei, col cuore gonfio, che a ogni battito diceva: Una trappola, Una trappola, pensò che non lo avrebbe mai creduto capace di quel birignao da bellimbusto. Quando le aveva detto: non sono più io, era la verità: un Dann che non conosceva le passeggiava accanto, e le sembrò quasi di vederlo con un fiore in mano, accostarselo alle labbra, stuzzicare i petali, come fanno certi uomini quando camminano – ma quali poi? - lanciando occhiate da sopra ai fiori alle donne, e anche agli uomini.

E in un attimo Dann aveva allungato il braccio verso una siepe e aveva strappato un fiore rosso acceso. Mara lo implorava in silenzio: non portartelo alle labbra, come se con questo lui potesse dar prova di sicurezza – e lui non lo fece, si limitò a rigirarlo tra le dita.

Quella che portava alla Transit Eating House non era certo una strada piacevole. Mara che era stata affascinata da quella città al punto di non volervi vedere niente di spiacevole, ora si costrinse a guardare la bruttezza di quelle povere strade, a guardare una donna con la fronte aggrottata e la bocca dura, un bambino ridotto pelle e ossa, un uomo con la sconfitta dipinta sul volto.

Il Transit era un grande fabbricato, traboccante di luci, e la strada fuori era popolata dall’andirivieni dei suoi clienti. Avevano i volti inquieti ed eccitati – come quello di Dann in quel momento.

Entrarono in una sala molto grande, illuminata a giorno, stracolma di gente. Erano quasi tutti uomini, e Mara si accorse subito di essere l’unica donna a portare un vestito normale. Tutte le altre, giovani, alcune poco più che bambine, portavano gonne leggere, trasparenti, e il seno appena coperto o addirittura nudo. Lei e Dann si misero seduti e subito si videro portare delle bibite dall’odore intenso. Erano a base di grano, come quelle che lei aveva aiutato a preparare a Chelops. Il posto era molto rumoroso.

Cercare di parlare era inutile, a meno che lei o Dann non volessero urlare. Anche qui c’era un miscuglio di razze, alcune mai viste prima, e giungevano alle loro orecchie parole dette in lingue strane. Quindi quel posto non era riservato agli abitanti di Bilma, ma ai commercianti, ai viaggiatori e ai turisti.

Qualcuno bussò sulla spalla di Mara. “Vuoi cambiare i soldi?”, sentì, e un cameriere indicò una porta sul fondo. Era chiusa, a differenza di quasi tutte le altre lì dentro. Mara disse a Dann che non ci avrebbe messo molto e attraversò la sala.

Era una stanza piccola, riservata ai commerci e agli affari, lì trovò ad attenderla una donna vecchia e grassa che a malapena le arrivava alla spalla. Era nerissima, quindi non veniva da quella regione. Portava un bel vestito rosso scarlatto, scintillante, con le balze che le danzavano intorno mentre tornava a sedersi dietro un tavolaccio di legno. Si accomodò e indicò a Mara una sedia vuota.

Squadrò Mara in modo spiccio, franco e imparziale: come se stesse esaminando un rotolo di stoffa nuova.

“Quanto vuoi cambiare?”.

Mara tirò fuori una moneta d’oro che teneva pronta in tasca, poi ne prese un’altra. Le tornarono in mente le ansie ricorrenti sui soldi da cambiare.

“Ti darò più del valore di mercato”.

Mara sorrise, come per dire alla vecchia che quelle parole non le facevano effetto. In realtà la vecchiaccia – che era davvero decrepita, malgrado le balze rosso scarlatto e gli orecchini e le collane luccicanti – sorrise subito anche lei, condividendo la critica di Mara: così va il mondo, diceva il suo sorriso.

“Mi chiamo Dalide”, disse. “E ho cambiato soldi per un periodo piú lungo della tua vita”. “Io ho ventidue anni”.

“Sei nel fiore della tua bellezza”.

Mara era sicura che da un momento all’altro la vecchia le avrebbe aperto la bocca per esaminarle i denti, e l’avrebbe pizzicata qua e là con le sue dita esperte che tante volte avevano saggiato ragazze dalla bella dentatura.

Mara posò le due monete d’oro. Dalide ne prese una, mentre l’altra mano accarezzava la seconda. “Queste qui non le ho mai viste”, disse. “Chi sarebbe?”, chiese indicando il vago contorno di un viso, probabilmente maschile, sulla moneta.

“Non ne ho idea”.

“L’oro è oro”, disse Dalide. “Ma se è vecchio come questo è anche meglio”. Tirò fuori dei sacchetti di monete da una sacca più grande, e cominciò a disporre di fronte a Mara mucchietti di monete di diverso valore, lanciandole al contempo sguardi eloquenti a ogni nuovo mucchietto che andava completando. Non erano come le monete sottilissime che si era portata dietro lei, una massa leggera di denaro che andava sborsato a manciate.

Dalide le stava dando monete facili da maneggiare e da cambiare, eppure ognuna valeva un bel po’. Mara si mise a contarle. Sapeva grosso modo quanto doveva aspettarsi, e su per giù i conti tornavano. Fece sparire le monete dentro una sacca di stoffa che aveva con sé, e Dalide esclamò: “Non vorrai mica girare di notte con quelle monete addosso?”.

“Ho altra scelta?”.

“Se non avessi tuo fratello ti manderei la mia guardia del corpo”.

“La gente è molto informata su di noi”.

“Siete una coppia interessante”.

“E per quale motivo?”.

Dalide non rispose, ma chiese: “Vuoi che ti trovi un buon marito?”.

Mara si mise a ridere, per via di quell’assurdità.

Dalide rimase seria. “Un buon marito”, insistette.

“Be’”, fece Mara, sempre ridendo, “quanto mi costerebbe? Potrei comprarlo un marito con queste?”. E agitò il sacchetto con le monete per farle tintinnare.

“Non proprio”, rispose Dalide e aspettò che Mara dicesse quanti soldi aveva.

Mara disse: “Non ho abbastanza soldi per comprarmi un marito”. E aggiunse, ridendo: “Non uno buono”.

Dalide annuì, accennando un sorriso, come piccola concessione a Mara. “Posso cambiarti i soldi – come sai. E posso trovarti un marito per una certa cifra”.

“Non è un complimento se pensi che dovrei comprarmelo, un marito. Non molto tempo fa ce l’avevo e di soldi non abbiamo mai parlato”. E non riuscì a trattenere le lacrime.

Dalide annuì, vedendola piangere: “Tempi duri”, tagliò corto.

“Certo non in questa città. Se questi sono tempi duri, allora chissà cosa diresti se ti raccontassi cosa ho visto”.

“Cosa hai visto?”, chiese Dalide sottovoce.

Mara non vedeva il motivo di fare tanti misteri e disse: “Ho visto Ifrik inaridire sin da quando era piccolissima. Ho visto cose da non credere”.

“Ho passato l’infanzia nelle Città del Fiume. A Goidel. Giocavo con le mie sorelle quando fui rapita da un mercante di schiavi – per alcuni anni sono stata tenuta schiava a Kharab. Sono fuggita. Ero una vera bellezza. Ho usato gli uomini e mi sono resa indipendente. Adesso sono una donna ricca. Ma sulle privazioni non puoi dirmi niente che io già non sappia”.

Mara guardò quella donna vecchia e brutta e pensò che doveva essere stata bellissima. Disse: “Se avrò bisogno di te, tornerò”. Si alzò, e Dalide fece altrettanto. Mentre Mara imboccava la porta, Dalide la raggiunse e uscirono insieme dall’ufficio. “Stai venendo con me?”, chiese Mara, vedendo che tutta la sala si voltava a guardare quella vecchia grottesca, ingioiellata e vestita di rosso scarlatto.

“Io non lavoro qui”, disse Dalide. “Sono solo venuta a conoscerti. Volevo darti un’occhiata per bene”. “E lo hai fatto”.

“Proprio così. Perciò ti saluto – per il momento”.



VERSIONE ORIGINALE



A brief statement about The State of the World



"When young people look around now at the world they have inherited they see enormous frightening power structures, threatening everyone - threatening them. The global economic empires; the United States, an empire at the height of its strength; the Israeli-Palestine situation; threats of war, and of terrorism - and there are others. With what dismay and discouragement must our imagined young person view all this, wondering what he or she could possibly to to change things.

When I was growing up, young people were confronted with a similarly frightening world. First of all, the Soviet Union, which was going to last for ever. Hitler, who intended to rule for a thousand years. Mussolini, was making the same claim. The British Empire was boastful and arrogant. So were all the European empires. Japan was overrunning China. What was then called The Colour Bar - racism - was apparently eternal. And yet, within a few years all these powerful structures were gone. Nothing remains of them. They proved to be as substantial as clouds. I have concluded that the great monolithic organisations, apparently indestructible, are in fact the weakest, and when they seem to be at their strongest, they are at their most vulnerable. When I look back now I see not the great empires and the dictators, but small individuals, and the astonishing things they achieve."



Mara and Dann



Now Mara knew she wouldn’t sleep. She sat up and looked carefully around her. A big floor candle made a good, steady light she could see nearly everything by. These walls were made of big blocks of rock. They were smooth, and she could see carvings on them, some coloured. These walls were not like the ones in the other rock house, whose walls had been rough. Overhead, the big stone columns that held up the stone slabs of the roof had carvings on them.

There were shelves made of rock, and in the corner a little room, sticking out, and opposite that a door into an inner room, with curtains of the brown, slippery stuff. This room had a window, but there were wooden shutters, not properly closed. People could see in if they wanted. Outside now, people were walking about; Mara could hear them: they were talking.

Now Mara was sitting up, arms on her knees, and she had never thought harder in her life. At home there was a game that all the parents played with their children. It was called, What Did You See? Mara was about Dann’s age when she was first called into her father’s room one evening, where he sat in his big carved and coloured chair. He said to her, «And now we are going to play a game. What was the thing you liked best today?».

At first she chattered: «I played with my cousin… I was out with Shera in the garden… I made a stone house». And then he had said: «Tell me about the house». And she said, «I made a house of the stones that come from the river bed». And he said, «Now tell me about the stones». And she said, «They were mostly smooth stones, but some were sharp and had different shapes». «Tell me what the stones looked like, what colour they were, what did they feel like».

And by the time the game ended she knew why some stones were smooth and some sharp and why they were different colours, some cracked, some so small they were almost sand. She knew how rivers rolled stones along and how some of them came from far away. She knew that the river had once been twice as wide as it was now. There seemed no end to what she knew, and yet her father had not told her much, but kept asking questions so she found the answers in herself.

Like, «Why do you think some stones are smooth and round and some still sharp?». And she thought and replied, «Some have been in the water a long time, rubbing against other stones, and some have only just been broken off bigger stones». Every evening, either her father or her mother called her in for What Did You See? She loved it. During the day, playing outside or with her toys, alone or with other children, she found herself thinking, Now notice what you are doing so you can tell them tonight what you saw.

She had thought that the game did not change; but then one evening she was there when her little brother was first asked What Did You See? and she knew just how much the game had changed for her. Because now it was not just What Did You See? but: What were you thinking? What made you think that? Are you sure that thought is true?

When she became seven, not long ago, and it was time for school, she was in a room with about twenty children – all from her family or from the Big Family – and the teacher, her mother’s sister, said «And now the game: What Did You See?».

Most of the children had played the game since they were tiny; but some had not, and they were pitied by the ones that had, for they did not notice much and were often silent when the others said, «I saw…», whatever it was. Mara was at first upset that this game played with so many at once was simpler, more babysh, than when she was with her parents.

It was like going right back to the earliest stages of the game: «What did you see?». «I saw a bird». «What kind of a bird?». «It was black and white and had a yellow beak». «What shape of beak? Why do you think the beak is shaped like that?». Then she saw what she was supposed to be understanding: Why did one child see this and the other that? Why did it sometimes need several children to see everything about a stone or a bird or a person? But the lessons with the other children stopped. It was because of all the trouble going on, and the people going away, for everyday there were fewer children, until there were only Mara and Dann and their near cousins.

Then there were no lessons, not even with the parents, who were silent and nervous and kept calling the children indoors, and then…

(…)

Mara stood alone on her tower and listened to the dry whine of the wind around the corners and struts of the old, shaky building, and heard the thud, thud, thud of soil hitting the base of the tower, where it piled on a bad night as high as the shoulders of the Thores soldiers – who cleared it away in the morning – or to the waists of the Neanthes.

All around this tower was a thick layer of the blown, dark earth, and as soon as the rains began vegetables would be planted, which would race into maturity, because this was fertile soil. Mara stood with her back to the south lands, or “down there”, and saw the dim light of the watchfires, that went on for miles east and west and, across a hollow of dark, the answering Agre fires. She listened to the soldiers singing below: the delicate, keening songs of the Neanthes, the Thores songs, whose words, when you listened carefully, were the double-tongued complaints of a subject people afraid to speak openly.

On some nights, when the winds were not blowing, these songs seemed to rise like a many-voiced plea along miles of the frontier; and on a still night, threads and shreds of song came from the enemy lines.

One night, coming off watch-duty, she saw a movement among the heaps of dirt around the base of the tower and, then, a gleam of eyes. She leaped forward and hauled out a terrified wretch who wept and begged as she held her knife at his throat. «Be quiet», she said. «Tell me, what news of the Agre Southern Army? Do you know anything about General Shabis?». «No, I don’t know anything». «Do you know about Tisitch Dann?». «No, I told you, I don’t know anything». «Then what is the news along your sector?». «Nothing, only that your army is going to attack Shari». «Is that what you’re spying down here to find out? Well, you can go back and tell them that it’s nonsense». And she let him go to creep back to his lines.

She told Commander Roz, who wondered if she should report this back to the base when the food runners came next. She decided not to, but said she would organise a reconnaissance. Mara asked if she could go by herself. She showed Roz her old robe, which changed with light, sometimes becoming colourless, or even invisible and said she would put it on one night, when the dust was blowing, and try to overhear what was said at the watch-post opposite. When the Commander saw the garment she felt it – and made a face, as everyone did.

Mara put it on over the thick underclothes they had, for cold and ran into the dark. It was a cold night and a noisy one, for the wind buffeted and gusted. She could feel the dust rising about her legs. She crawled the last few yards and lay flat, just outside a circle of firelights.

The soldiers around the fire were speaking Charad and Mahondi too, and eating and throwing bones and scraps into the fire, and talking about the boredom of this watching life, and how they longed for their replacements so they could return to Shari. The only thing of interest they said was that General Shabis was coming to take command of the Northern Army and of Shari, and that would be a fine thing. «He’s the best of the lot, General Shabis, he won’t let us rot out here». Then the talk turned to women.

Mara had been thinking that she would rise up from her concealment behind some low bushes, and say she was General Shabis’s aide – they would welcome her as one of them, of their army and take her to… She must have been mad to think it. She was a female, alone, and fair game. These were men who had been without women for months.

No, if she was going to desert then she must choose a time when she could steal some provisions and some water, and steal through the dark evading their own line of watchfires, then the enemy watchfires and forts, and run like a rabbit to… She did not believe Shabis was anywhere near Shari.

She lay quite still, and the only bad moment was when a soldier stepped out into the dark a few paces away to pee. She heard the liquid hiss in the dry soil, and so his face – full of longing as he stared out into the dark, thinking of his home – while the firelight flickered over it. Then he returned to his comrades around the fire. Some wrapped themselves and lay down to sleep.

Two kept watch. Behind them on their watchtower, others were staring over their heads into the night – to the tower where Mara spent so much of her time. She wriggled back and away and ran home. For her home now was this outpost. She told Commander Roz that General Shabis might or might not be coming to Shari, but she believed it was only hopeful thinking on the soldiers’ part, because Shabis was the kindest of the generals.

The dry season passed. The lightning danced around the horizons and the thunder came crashing as the rain fell in rivers out of the sky. In the morning all the land between them and the opposing front was covered in silvery, meandering rivulets, for the soil was so dry that at first it repelled water, but then, as the nets of water thickened and glistered the wet sunk in and the soil was a dark, springy sponge. There were flowers jumping up everywhere bright, frail flowers and birds running about among them.

Out went the Commander to plant vegetables, with her soldier. The sun dragged up clouds of steam. The clear air transmitted the singing from the opposite lines, so that the soldiers along this front answered enemy songs with their own: and for the whole of the first week of the rains it was as if the two armies were serenading each other.

All the soldiers ran out at night into the rain naked and held up their arms into it and exulted as the streams ran down their bodies. All but Mara. When they teased her about her shyness she said she had been brought up never to show her body to anyone but a husband. This made them laugh at her even more.

(…)

In the street a couple of men strode fast towards them and then turned around to look at Mara, and Dann said: «What a lucky fellow I am, to be with such a beautiful woman».

His tone was affected, even coquettish, as if he were observing himself with a congratulating eye. And she thought, her heart heavy, its beat repeating A trap A trap, that she would have never have believed him capable of that dandyish drawl. When he had said he was not himself, that was the truth: a Dann she did not know strolled along at her side, and she could almost see in his hand a flower, holding it to his lips, teasing them with it, as some of the men – but what kind of men? – were doing as they walked, casting glances over the flowers at the women and the men too. And in a moment Dann had reached out to a hedge and torn off a bright red flower.

She was silently begging him, Don’t raise it to your lips, as if his not doing it would be proof of his safety – and he did not, only twirled it between his fingers. This was not a pleasant area, the route to the Transit Eating House. Mara, who had been so captivated by this town that she had refused to see anything unpleasant, now made herself look at the ugliness of these poor streets, at a woman with her brows drawn tight and her mouth set, a child whose flesh was tight on his bones, a man with defeat written on his face.

The Transit was a large building, spilling out lights, and its customers coming and going populated the street outside. Their faces were restless and excited – like Dann’s now. The room they went into was very large, brightly lit and crammed full. Here were mostly men, and Mara saw at once that she was the only woman there wearing an ordinary garment.

All the rest were young, some not much more than children, and they wore flimsy transparent skirts with breasts just covered or not at all. Dann and she sat down and were at once brought beakers of strong-smelling drink. It was a grain drink, of the kind she had helped make in Chelops. The place was very noisy.

No point in Dann’s or her even trying to speak, unless they wanted to shout. Again this was a mix of peoples, some of kinds they had not seen before, and the languages they were overhearing were strange to them. This was a place, then, not for Bilma’s inhabitants, but for the traders and travellers and visitors.

A tap on Mara’s shoulder. «You want to change money?», she heard, and a waiter pointed across the room to a door that was shut, unlike most doors in this place. She told Dann she would not be long, and across the room she went.

It was a small room for transactions and business, and in it was waiting for her a fat old woman who scarcely came up to her shoulder. She was very black, so she did not come from this region. She wore a handsome, scarlet, shiny dress whose skirts seemed to bounce around her as she walked back to a chair behind a plain plank table. She sat, and pointed Mara to an empty chair.

Her examination of Mara was brisk, frank and impartial: she might have been assessing a bale of new cloth.

«How much do you want to change?».

Mara took out one gold coin from her pocket, where she had it ready and then took out another. She was remembering the recurrent anxieties about changing money.

«I shall give you more than the market-place value».

Mara smiled, meaning this old woman to see that she, Mara, did not think this was saying much. And in fact this crone – she was really old, in spite of her scarlet flounces and the glitter of earrings and necklaces – was ready to smile too, sharing Mara’s criticism: it was the way of the world, her smile said.

«My name is Dalide», she said.

«I have been changing money for as many years as you have lived».

«I am twenty-two».

«You are in the best of your beauty».

Mara could have sworn that Dalide could easily have leaned forward and opened her mouth to examine her teeth, and then pinch her flesh here and there between fingers that had many times assessed the exact degree of a young woman’s toothsomeness.

Mara put down the two gold coins. Dalide picked one up, while the other hand fondled the second coin. «I have never seen these», Dalide said. «Who is this person?» – pointing at the faint outline of the face, probably male, on the coin.

«I have no idea».

«Gold is gold», said Dalide. «But gold as old as this is even better». She pulled out bags of coins from a bigger bag, and began laying out in front of Mara piles of coins of different values, meanwhile giving emphatic glances at Mara as each new pile was completed. These were not the flimsy coins she had been carrying about, making a light mass of money that you had to pay out in handfuls.

Dalide was giving her coins that would be easy to handle and be changed, yet each worth a good bit. Mara counted them. She knew roughly what she should expect, and this was not far off. She swept the coins into a cloth bag she had with her, and Dalide exclaimed «You aren’t going to walk through the streets at night with that on you?».

«Do I have an alternative?».

«If you didn’t have your brother I’d send my bodyguard with you».

«People are very well informed about us».

«You are an interesting couple».

«And why is that?».

Dalide did not answer, but said «Would you like me to find you a good husband?».

And now Mara laughed, because of the incongruity.

Dalide did not laugh. «A good husband», she insisted.

«Well», said Mara, still laughing, «what would it cost me? Could I buy a husband with this?». And she shook her bag of coins so they clinked.

«Not quite», said Dalide, and waited for Mara to say how much money she had.

Mara said, «I do not have enough money to buy a husband». And added, laughing, «Not a good one». Dalide nodded, allowing herself a brief smile, as a little concession to Mara. «I can change money for you – as you know. And I can find you a husband for a price».

«I’m not flattered that you think I would have to buy myself a husband. Not so long ago I had a husband without money ever being mentioned». And she could not prevent her eyes from filling. Dalide nodded, seeing her tears. «Hard times», she said briskly.

«Surely not in this town. If these are hard times, then I don’t know what you’d say if I told you what I’ve seen».

«What have you seen?», asked Dalide softly.

Mara saw no reason to be secretive and said, «I’ve watched Ifrik drying up since I was a tiny child. I’ve seen things you’d not believe».

«I was a child in the River Towns. In Goidel. I was playing with my sisters when a slaver snatched me – I was for some years a slave in Kharab. I escaped. I was beautiful. I used men and became independent. Now I’m a rich woman. But there isn’t much you could tell me about hardship».

Mara looked at this ugly old thing and thought that she had been beautiful. She said «If I need you, I’ll come back». She got up, and so did Dalide.

As Mara went to the door, Dalide came too, and they left the business room behind. «Are you coming with me?», asked Mara seeing how everyone in the big room turned to look at this grotesque old woman in her scarlet and her fine jewels.

«I don’t work here», said Dalide. «I only came to meet you. I wanted to have a good look at you». «And you’ve done that».

«I’ve done that. So, goodbye – for now».


 


Bisognerà attendere l’età contemporanea perché lo spostarsi verso sia vissuto, per un numero sempre più elevato di donne, come approccio all’insolito, desiderio di libertà, di percezione di sé e, comunque, come scelta.

Di sicuro, l’agiatezza ribadisce condizioni di libertà e appaga quell’ansia di conoscenza che "spinge avanti gli uomini, la passione più forte che abbiamo, più forte del sesso" come nelle parole della scrittrice inglese Doris Lessing (si veda l’intervi
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