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ROMA - Napolitano nel giorno del ricordo: "Le foibe, un moto di odio e di
furia sanguinaria"
11 febbraio 2007
ROMA - Il capo dello
Stato, Giorgio Napolitano, ha ricordato ieri le tristi vicende degli anni
1943-1946 al confine orientale dell'Italia, come drammatiche pagine oscure,
dimenticate e - fino a pochi anni fa - rimosse della nostra storia recente.
"Raccontano, ha ricordato Napolitano, la tragedia collettiva del
popolo giuliano-dalmata: migliaia di famiglie perseguitate ed estromesse
dalle loro case, migliaia di italiani giustiziati, gettati nelle foibe
carsiche (crepacci stretti e profondissimi), vittime di un disegno
annessionistico della Jugoslavia di Tito, di "un moto di odio e di una furia
sanguinaria che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Su
questa barbarie, sul dolore di "migliaia di famiglie i cui cari furono
imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe", ha detto il capo dello Stato
celebrando il Giorno del Ricordo al Quirinale, dobbiamo rompere un silenzio
durato troppo a lungo, e ognuno deve riconoscere la sua parte di colpa.
"Non dobbiamo tacere. Dobbiamo assumerci - ha detto Napolitano - la
responsabilità di aver negato o teso a ignorare la verità, per pregiudiziali
ideologiche e cecità politica, e di averla rimossa per calcoli diplomatici e
convenienze internazionali". In effetti, attorno a Trieste, in Istria, la
contesa territoriale si intrecciò con lo scontro ideologico e con la ferrea
logica dei blocchi, e produsse mostruosità. Bertinotti, Rutelli e Veltroni
ascoltano e condividono questa ammissione senza attenuanti delle
responsabilità di un'intera classe politica, per quella che lo stesso
Napolitano ha definito "la congiura del silenzio".
Ci sono voluti sessant'anni per superare le pregiudiziali, i veti
incrociati che impedivano di parlare di quella immane tragedia e arrivare
alla legge del 2004, approvata a larghissima maggioranza, che istituisce
questa ricorrenza e permette, ha detto Napolitano, "un riconoscimento troppo
a lungo mancato". Un riconoscimento che Napolitano, così come ha fatto lo
scorso anno Ciampi, ha tributato consegnando ventidue medaglie alla
memoria alle vittime di quella barbarie: funzionari dello Stato, militari,
operai, impiegati, singoli cittadini catturati dai partigiani jugoslavi fra
l'autunno del '43 e la primavera del '46 e fatti sparire. Di alcuni non si è
saputo mai nulla. Di altri sono stati ritrovati i resti nelle foibe.
Napolitano ha anche rivolto un pensiero affettuoso e commosso a tutti coloro
che furono costretti a lasciare le loro terre, le loro case, e ad affrontare
l'odissea dell'esodo, del dolore e della fatica" di mettere radici in
un'altra parte dell'Italia; e a sopportare anche "la congiura del silenzio,
che fu la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante
dell'oblio".
Per fortuna, conclude Napolitano, "abbiamo posto fine a un non
giustificabile silenzio" e stiamo ristabilendo rapporti con quelle terre ex
italiane in nome dell'amicizia all'interno dell'Europa unita. E non dobbiamo
mai dimenticare che la riconciliazione, fra italiani e con altri popoli, che
fermamente vogliamo, esige il ristabilimento della verità. Paolo Barbi,
presidente storico dell'associazione dei giuliano-dalmati, ha
ringraziato Napolitano e in una breve ricostruzione storica ha voluto
ricordare che purtroppo la tragedia delle foibe, la persecuzione degli
italiani residenti in Istria, aveva anche radici storiche. "Allora - ha
detto - esplosero vendette e odi covati nell'esasperazione nazionalistica
durata decenni, nel clima della guerra totale, impietosa dei regimi
totalitari". Oggi, ha concluso, nel quadro dell'Europa unita è più facile
purificare la memoria e far capire che l'autarchia degli Stati-nazione può
creare queste barbarie.
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