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Diritto civile

9 aprile 2011

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CATANIA - da meno di un mese la media-conciliazione e' legge, il suo scopo e' la decongestione della giustizia civile, ma non sono rose e fiori
di Sebastiano Mangiameli


CATANIA - Forse non tutti ancora sanno che il 21 marzo è entrata in vigore la legge sulla c.d. media- conciliazione: l’ennesima riforma volta, nelle intenzioni del legislatore, a (contribuire a) risolvere la ormai proverbiale congestione in cui versa la giustizia civile italiana da almeno trenta anni.
Certamente la volontà è nobile.
In verità ognuno di noi è a perfetta conoscenza che – fino ad oggi – tutti i tentativi rivolti a questo scopo hanno avuto risultati deludenti.
Nel 2003 entrò in vigore il c.d. rito societario, quello che, nelle previsioni, avrebbe dovuto sveltire l’iter di un determinato tipo di liti e, presumibilmente, affiancarsi o, addirittura sostituire, il rito ordinario.
Dopo sei anni, e proprio con la stessa legge n.69/09 che aveva lo scopo (ancora una volta) di accelerare i processi civili, il rito societario è stato abrogato: cioè, dopo sei anni ci si è resi conto che si trattava di un sistema inutile e farraginoso il cui unico, evidente risultato pratico altro non era stato se non quello di posticipare di quasi un anno l’inizio del processo innanzi al giudice.
Analoga sorte ha avuto il breve tentativo di trasferire il rito del lavoro – sulla carta più snello – alle controversie relative ai sinistri stradali: dopo un breve periodo di inutile applicazione, anch’esso è stato abolito.
Per non parlare dell’affido condiviso, novità che risale al 2006, allorquando si è voluto disciplinare il “normale” disaccordo tra i coniugi separati in merito alla sorte che sarebbe toccata ai figli minori, reputando così di potere venire in soccorso dei così detti padri-bancomat o padri-salvadanaio, quelli, cioè, soltanto utili a pagare l’assegno alla moglie.
Non soltanto nel campo civile si sono avuti risultati a dir poco deludenti.
Nel 1989 fu rimaneggiato il codice di procedura penale. Oggi, dopo oltre venti anni in cui la corte di cassazione e quella costituzionale hanno di fatto falciato a suon di sentenze il portato dell’innovazione, si torna a parlare di riforma del processo penale.
Si potrebbe continuare…

L’opinione che ci si fa a trattare di questi argomenti (in termini discorsivi) è che negli ultimi decenni sia mancata la volontà politica -di qualunque maggioranza abbia governato – di affrontare seriamente il problema. Il che significa che a nessuno è importato molto o poco del funzionamento del processo, civile e penale, nel nostro paese.
Se è possibile spingersi un po’ oltre, sembrerebbe, anzi, che il legislatore, in qualunque epoca storica, abbia perseguito scientemente l’intento di aggravare e aggrovigliare il meccanismo processuale. Purtroppo, é questa l’idea che se ne ricava.
A non volere fare un ragionamento tecnico-giuridico – che annoierebbe chi legge – sembrerebbe che anche quest’ultima trovata non avrà migliore sorte.
Sostanzialmente, il legislatore ha ritenuto di venire a capo del nodo relativo alla durata dei processi impedendo al cittadino di rivolgersi al giudice. Infatti, il tentativo di conciliazione è previsto, in certi casi, come obbligatorio (ed oneroso), nonché quale condizione di procedibilità del successivo (eventuale) ricorso al giudice ordinario.
E, partendo dal ragionamento secondo cui gli avvocati contribuiscono non poco ad allungare i tempi delle cause, la presenza de legale non è stata reputata obbligatoria.
Ora, anche uno studente del primo anno di giurisprudenza conosce gli artt. 24 e 25 della Costituzione. Il primo si riferisce alla possibilità che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi,” la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Il secondo recita: ”nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”.
Quindi, a prima vista, si tratta di una legge che viola palesemente due articoli della Costituzione perché non prevede l’obbligo della difesa tecnica e perché, di fatto, permette al cittadino di rivolgersi al giudice solo dopo aver tentato di conciliare e solo dopo avere anche pagato per svolgere questo tentativo.
E’ strano che in un paese in cui da qualche tempo ci si indigna (ho cercato sul vocabolario, significa: sdegnarsi, adirarsi, risentirsi) ad ogni piè sospinto tutte le volte in cui si è convinti che vengano disattesi (dagli altri) i principi costituzionali - e vengono quindi dai rigidi tutori di essi organizzati manifestazioni, simposi, dibattiti, tavole rotonde - nessuno si sia risentito, sdegnato o adirato per il meccanismo di questa legge.

Ah sì! Gli avvocati hanno scioperato …
Non credo che qualcuno se ne sia accorto, e poi gli avvocati sono una “casta”, sono additati – al pari degli untori nel 1630 – come subdoli partecipi dello sfascio della giustizia in Italia. Certamente la loro protesta non ha avuto, e non potrà mai avere, lo stesso effetto che potrebbe sortire la notizia dell’arroccamento sull’alto di una ciminiera di un operaio specializzato cui il padrone ha sottratto il posto di lavoro perché la ditta ha chiuso ( per mancanza di commesse).
In ogni caso, i giornalisti, quelli che creano ed orientano l’opinione pubblica, ne hanno parlato poco e male, ma con sufficienza, questo sì, e con la solita saccenteria che li contraddistingue quelle volte che sono chiamati a cimentarsi in qualsiasi settore dello scibile umano.
A questo punto, per usare un’espressione cara, appunto, ai rappresentati della carta stampata, “stiamo a vedere” quale sarà l’impatto del nuovo istituto sull’andamento dei tempi della giustizia e se la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere almeno dei due sopra ricordati profili di incostituzionalità, i più evidenti ed eclatanti tra gli altri comunque configurabili sol che si legga con attenzione e con un minimo di competenza il testo della legge testé entrata in vigore.

Avv. Sebastiano Mangiameli

 

 

 

 

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