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Catania - Sull'abrogazione delle tariffe forensi. Gli
avvocati non ci stanno.
di Sebastiano Mangiameli
CATANIA - Con il decreto legge 24.1.12 n. 1,
tra l’altro, il governo attuale ha ritenuto di abrogare le
tariffe forensi.
Ora, sembrerebbe, il rapporto c.d. di patrocinio intercorrente
tra il cliente e l’avvocato sarà rimesso alla libera
contrattazione.
Il professionista ha l’obbligo di informare la parte circa le
difficoltà della causa da instaurare e, quindi, di redigere un
“preventivo”da sottoporle.
Su richiesta, il preventivo potrà essere scritto.
L’avvocato non potrà in alcun modo riferirsi alla tariffe
ormai eliminate dall’ordinamento giuridico.
Per quanto concerne, però, i rapporti con l’autorità
giudiziaria, questi saranno – invece - regolati da “parametri”
da emanarsi con decreto.
Sembra tutto facile e comprensibile, ma così non è.
Infatti, dalla data di pubblicazione del decreto legge,
essendo state espunte le tariffe e non essendo stati emanati
provvedimenti che individuino i “parametri”, nessun avvocato
potrà richiedere alla controparte (soggetto diverso dal
cliente) competenze inerenti atti da lui compiuti.
Così come nessun giudice potrà liquidare competenze ed onorari
in favore della parte vittoriosa in giudizio, appunto perché
non esistono più le tariffe e non sono stati individuati
(ancora) i “parametri”.
Per quanto è a nostra conoscenza, alcune sezioni del
locale Tribunale evitano di assumere cause a sentenza in
attesa di più chiarezza. E rinviano ad altra data.
Quindi, parrebbe, il primo risultato della liberalizzazione di
cui stiamo parlando è quello di paralizzare l’esercizio della
giurisdizione.
Postergare la decisione delle cause è esattamente l’effetto
opposto a quello che tutti si aspettano da un esecutivo agile,
non legato alla politica, ma orientato a trascinare lo stato
fuori dalle secche in cui si era trovato.
Ma c’è di più.
Se, nonostante la buona volontà di tutti, dovessero
verificarsi contrasti tra cliente ed avvocato, quest’ultimo
sarebbe costretto a rivolgersi in ogni caso ad un giudice.
Inizierebbe pertanto una causa che, alla fine, giungerebbe ad
una sentenza.
E proprio nella sentenza il giudice dovrebbe pur sempre
applicare i “parametri” che hanno sostituito le tariffe:
dunque, quello che è uscito dalla porta rientrerebbe dalla
finestra.
Ma, aggiungo, se è d’uopo stilare un preventivo, non è anche
logico attendersi un consuntivo?
Si badi: dal punto di vista degli effetti pratici la regola
del preventivo non arrecherà nessun serio vantaggio al cliente
e non procurerà alcun detrimento al professionista.
Non farà guadagnare alcun punto di Pil, contribuirà a
costituire un ulteriore, valido argomento di articoli
giornalistici inneggianti alla lotta all’evasione fiscale,
allo snellimento delle pratiche e delle procedure, allo
svecchiamento del sistema-Italia. Dimostrerà all’Europa che
qualcosa si muove nella direzione auspicata dagli economisti e
dai banchieri.
Certamente, oggi, nell’economia di mercato che ci governa,
l’esecutivo nazionale sta agendo sull’offerta.
Prima o poi dovrà rivitalizzare la domanda.
A parte l’ "effetto annuncio", non credo servirà a molto
aumentare il numero dei notai, aumentare il numero delle
farmacie, abolire le tariffe professionali se poi nessuno
potrà concretamente utilizzare - non avendone i mezzi - questa
pletora di opportunità nuove.
Se il cittadino non arriva alla famosa ultima settimana del
mese (o, forse, neppure alla terza) cosà mai se ne farà di
cinquecento notai in più o di settemila nuove farmacie?
Senza dire, però, che si continueranno a vendere i farmaci in
confezioni tali da permettere gli sprechi, non essendosi
ancora sposato il criterio della posologia ad personam (se il
medico prescrive tre giorni di antibiotici, è certamente fuori
luogo essere costretti ad acquistare astucci contenenti venti
compresse: sei si adoperano nell’arco di tre giorni e
quattordici saranno in esubero, ma - pur sempre - acquistate).
Non si è inciso sull’operato delle banche nei loro rapporti
con i clienti, non si è intervenuti sulle assicurazioni, né
sul costo dei servizi erogati dallo stato (centrale o
periferico).
Si dirà: Roma non fu fatta in un giorno!
E’ così.
Ma, sarebbe anche legittimo porsi altre domande. Quanti punti
di Pil ci fecero guadagnare le lenzualate del 2006? Allora
pure furono abrogate le tariffe professionali minime. Fu
eliminato l’odioso balzello di cinque euro per le ricariche
telefoniche dei cellulari. Fu -di fatto- modificata la
disciplina di circolazione degli assegni bancari. Venne
stabilito un limite massimo all’uso del contante.
Anche allora si inneggiò al cambiamento.
Ricordo che – in quel periodo – i bancari raccontavano di una
circolazione di banconote molto aumentata… Per contro, i
commercianti risentirono non poco delle restrizioni, tutte
volte a consentire la tracciabilità dei pagamenti.
In sintesi ed in conclusione, è vero che i cambiamenti sono
utili, servono a sbloccare i meccanismi farraginosi
dell’economia nazionale. Ma è altrettanto vero che tutti
avvertono soprattutto la mancanza di denaro, di opportunità di
lavoro e di produzione.
Su questo versante, l’abolizione delle tariffe, l’aumento del
numero delle farmacie e di quello dei notai servono soltanto a
far vedere agli altri - che ci sorvegliano - che qualcosa si
sta facendo, senza incidere più di tanto sulla vera sostanza
del problema.
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