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Letteratura

30 aprile 2009

www.siciliamillennium.it

LETTERATURA -  Ricordo di Giuseppe Bonaviri, Il quasi-Nobel
Di Caterina Provenzano
 

 

LETTERATURA - (l'articolo e' apparso sul quotidiano Calabria Ora per la pagina culturale. Calabria Ora, AnnoIII, n.5 aprile 2009, pag. 3)

“Da grande voglio diventare il più grande poeta di Mineo”. Un progetto ambizioso per un ragazzino che coi calzoni corti ha respirato aria di poesia fra le stradine strette del suo paese, sotto il sole di Sicilia. Giuseppe Bonaviri (Mineo, Catania 1924-Frosinone 2009) è sempre stato uno scrittore “altro”, uno di quelli che ha sempre sentito la letteratura come un qualcosa che dà senso alla vita. Non era uno che faceva vita mondana o cenacoli letterari, si definiva “casalingo, tutto ambulatorio, famiglia e libri”. Una vita senza i riflettori della letteratura commerciale, da “intossicazione” e da vetrina. Bonaviri, medico chirurgo con la passione per le lettere e per i nidi degli uccelli (ne collezionava tanti, tutti regalati dai suoi pazienti, la gente che amava), fu votato ad amare due città: la sua terra, Mineo, paese natale di Luigi Capuana e Frosinone, la città in cui ha vissuto per più di cinquant’anni. Un connubio discreto, ma con una punta di nostalgia alle sue pietre del Mineo. Amore per i particolari, per le cose che nessuno vede, ma che per lo scrittore sono state centrali per la sua arte.
Quando lessi per la prima volta Il sarto della strada lunga, ne rimasi affascinata, ma allo stesso tempo turbata. Si trattava di una letteratura senza coralità, ma impermeata di malinconica, una malinconia che ha a che fare con il tempo che, oltre a segnare il percorso della vita, lo eterna, come nel Tasso e nel Leopardi. Un’opera quella del Sarto, che ha già i segni della scrittura bonaviriana. Una scrittura matura, che grazie alla fiaba della vita e al gioco del sogno onirico ci ha fatto evadere dalla realtà quotidiana, quella grigia, fatta di niente o di tanto.
Nei romanzi di Bonaviri non c’è né spazio e né tempo, segno di un voler restare bambino – fanciullino – in questo mondo che lui ha colto realisticamente, ma anche in modo magico e mitologico.
Dal 1984, e fino alla fine, fu candidato più volte al Premio Nobel per la Letteratura, dopo vari appelli da parte di Università italiane, prime fra tutte quelle siciliane. Nel 1984 arrivò addirittura fra i primi cinque. Ma vinse il ceco Jaroslav Seifert, e forse a ragione, dato che nessuno scrittore ceco aveva mai avuto il prestigioso riconoscimento. Quell’anno, accanto a lui erano candidati anche Mario Luzi, Alberto Moravia, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Elsa Morante, Carlo Cassola. Entrare nella rosa dei primi cinque è stato un bel traguardo per chi come lui ha vissuto sempre “tagliato fuori”. “Pochissimi conoscono il mio nome, - riferì in una intervista - si possono trovare al massimo due miei libri nelle biblioteche pubbliche”. Ma in fondo il Nobel, in onore al suo pirotecnico padre fondatore, inventore della dinamite, non fu concesso neanche a Kafka, Rilke, Joyce, Musil, Borges, Yourcenar, perché proprio a Bonaviri?
Lo scrittore, tradotto in nove lingue, viene riproposto all’Accademia Svedese, negli anni a venire. Ma niente. Insieme a lui sempre Mario Luzi, (anche Albino Pierro nel 1995) che ad un certo puntò dichiarò “Ormai non mi riscaldo più per le voci che arrivano da Stoccolma”.
Nel 1997 i nomi che circolano sono importanti, Josè Saramago (vincerà l’anno successivo), e Antonio Lobo Antunes, lo statunitense Norman Mailer, il messicano Carlos Fuentes e il belga Hugo Class; per l’Italia si fanno i nomi di Andrea Zanzotto, Alberto Bevilacqua, Umberto Eco, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Stanislao Nievo, Maria Luisa Spaziani, e chiaramente Luzi e Bonaviri. A sorpresa vinse Dario Fo. “Una vittoria che l’Italia sta ancora scontando” (il Riformista), “un Nobel che ha fatto soffiare venti di tempesta sull’Accademia” (Il Messaggero). L’Osservatorio Romano si indispettì: ha sempre adorato Mario Luzi. Proprio in quell’anno Luzi fece una dichiarazione importante, che secondo i critici non è stata opportuna: “Da quando è morto Osterling, l’accademico svedese che conosceva l’Italia e gli italiani, le nostre speranze si sono praticamente ridotte. Lui era il segretario dell’Accademia e aveva tradotto Quasimodo e curato un’antologia dei poeti italiani da San Francesco ai giorni nostri: degli altri nessuno conosce la nostra lingua, per cui debbono rifarsi a pareri esterni”. (Il Giorno, 2 ott 1997, pag 21) Apriti cielo!
Nel 2000 ancora i nomi di Bonaviri, Vincenzo Consolo, Mario Luzi, Luigi Malerba, Umberto Eco. Vinse il cinese Gao Xingjian. “Dopo la bufala di Dario Fo, forse torneranno gli scrittori veri” scrisse, senza spuntare la penna, il quotidiano Libero del 1 ottobre 2000.
Nel 2001 ancora candidati Bonaviri e Mario Luzi, ma anche Dacia Maraini e Alda Merini, vinse l’Inghilterra con Vidiadhar Surajprasad Naipaul.
Nel 2002 ancora il tandem Luzi-Bonaviri accanto a nomi importanti della letteratura mondiale come Philip Roth, Doris Lessing, ma vinse l’ungherese Imre Kertesz.
Sappiamo bene che fra i criteri di base grazie ai quali si scelgono i candidati al Nobel deve esserci un’equa distribuzione di aree linguistiche e geografiche, attualità del pensiero che non deve essere mai celeberrimo e inseguire l’ideale operoso di fare il bene per l’umanità e, aggiunge qualcuno, “una predisposizione verso la sinistra”.
L’anno è il 2005. Bonaviri è ancora candidato. Mario Luzi, no, perché morto a febbraio dello stesso anno e la regola esige solo scrittori viventi. Circola anche la voce di Bob Dylan, con la motivazione che le sue canzoni sono poesia che si spendono per il bene dell’umanità. Vince Harold Pinter, ancora l’Inghilterra.
Nel 2007 Bonaviri è candidato accanto agli italiani Alberto Bevilacqua, Claudio Magris, Paolo Ruffilli. È l’anno della ipotesi su Roberto Benigni, ma poiché per essere premiati bisogna aver prodotto opere letterarie ( Fo pubblicò le sue commedie) vinse Doris Lessing. Nel 2008 Le Clézio. Giuseppe Bonaviri non concorrerà all’edizione 2009. Lui che sperava in un mondo migliore, che credeva nella “metamorfosi del sempreuguale” sarà eternato dalle sue opere, dai premi vinti (il Campiello nel 1977) e dalla magia delle sue parole.

 

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