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PALERMO -
Il Respiro del tempo
Maria Vinci
Università di Palermo – Orto Botanico – Tepidarium
19 Febbraio – 7 Marzo 2010
di Aldo Reina

ACERO CAMPESTRE DI Pomieri
PALERMO -
Gli attori-soggetti esposti nella Mostra di Maria Vinci sono i
magnifici alberi stanziati nel Parco delle Madonie, sublime
palcoscenico della natura. Quanto mai rispondente la
titolazione “Il respiro del tempo”, se è vero che questi
imponenti plurisecolari organismi viventi rappresentano la
saggezza silenziosa non scalfita dal tempo, di un passato
immoto persistentemente al presente.
I dipinti di Maria Vinci hanno un fascino particolare,
con livelli emozionali plurimi e sfaccettati in relazione al
piano di osservazione spiritualmente personale. L’enunciazione
visiva iniziale catalizza l’attenzione per l’accuratezza del
tratto, la delicatezza delle linee, la precisione minuziosa
dei particolari, in un corollario figurativo proteso a rendere
effettuale il disegno complessivo. Una proiezione
iconografica, quindi, quanto mai fedele alle peculiarità
identificative di ciò che si rappresenta.
Sarebbe, tuttavia, alquanto riduttivo limitarsi a considerare
i dipinti della Vinci unicamente sotto l’aspetto tecnico
ovvero di una pura concezione estetica, meramente realistica.
L’Artista si spinge ben al di là dell’aspetto olistico e se si
osserva attentamente ogni singola tela, ci si affranca dal
contesto, se si riesce a immergersi nelle sovrapposizioni
estensive della rappresentazione pittorica, ecco che si scopre
un disegno più ampio, si riescono a carpire, percepire e
recepire significati più intimi, di natura intuitiva
soggettivamente indotta, che suffragano un’astrazione e una
sensibilità rara, peculiare dell’Artista.
In questo viaggio sensibile,
alla scoperta dell’anima errante fugacemente insita nei
dipinti, i colori assumono un ruolo primario. Mentre il segno,
il tratteggio, il disegno si sviluppa elegantemente su un
livello di applicazione realistica, il tenore cromatico dà
corposità ai dipinti, ne illustra la volontà ispirativa,
estendendo la visione naturalistica in metafora favolistica,
simbolismo esistenziale. La delicatezza, l’abbinamento, la
profondità dei colori creano suggestione, stimolano i sensi e
la fantasia, suggerendo un’eloquenza espressiva più estesa,
ancorché narrativa. Ogni dipinto sembra seguire un umore
ispirativo, una morale celatamente dissimulata, e nella
presenza delle figure umane in movimento, lillipuziane
rispetto alla mole rassicurante degli alberi, si avverte un
mormorio di storie infinite, perpetuanti, storie di umana
esistenza che si adagiano nelle radici delle piante,
guadagnando l’immortalità. Ecco perché l’Acero campestre di
Pomieri, l’Acero montano di Passo Canale, la Roverella di
Macchia dell’Inferno, il Leccio di Piano Zucchi, il Pero
mandorlino di Piano delle Fate, il Faggio di Piano Pomo, la
Sughera di Bosco Sugheri diventano punti focali di memorie
senza tempo, epicentro di condivisione vitale nel susseguirsi
delle generazioni.
Ogni dipinto, quindi, ispira
alla riflessione, all’astrazione, in ogni dipinto viene
pronunciata una fabula, e l’ipotetica morale richiama queste
superbe testimonianze della natura come genitrici autentiche e
depositarie di attimi fuggenti trattenuti, confidenti di
variegati umori, segreti, ricordi, legame indissolubile di
memorie affidate che sopravvivono all’indifferenza del tempo,
armonia e allegoria infinita di emozioni mai vinte.
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