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TEATRO

28 settembre 2008

www.siciliamillennium.it

CATANIA - Cultura, socialità e pedagogia in scena con la Compagnia dei Giovani dell’attore-regista catanese Salvo Valentino.
La Compagnia dei Giovani: la nuova realtà etnea
di Maria Valeria Sanfilippo


LA COMPAGNIA DEI GIOVANI

CATANIA - Abbiamo intervistato l’attore-regista Salvo Valentino, un artista che, formatosi alla Scuola del Teatro Stabile di Catania, ha già riscosso lusinghieri consensi di pubblico e di critica. Recentemente ha costituito la “Compagnia dei Giovani” con artisti catanesi. Un’operazione di tipo sociale, oltre che culturale.
Come nasce l’idea di fondare la Compagnia dei Giovani?
«A conclusione di un laboratorio di drammatizzazione tenuto in un istituto catanese. Intravedendo potenziale artistico ed umano, piuttosto che terminare l'esperienza con una stretta di mano decisi di fondare l'attuale Compagnia».
Quali gli obiettivi prefissati?
«Dal punto di vista artistico si è voluto dar vita a un'operazione culturale a spiccata prevalenza teatrale caratterizzata tuttavia da una forte matrice interdisciplinare, in grado di coinvolgere accanto alla recitazione anche la musica e la danza. A tale scopo sono state inaugurate collaborazioni con apprezzati professionisti quali la coreografa Antonella Maria Sofia Soraci, la scenografa Tiziana Alì, il flautista Giuseppe Finocchiaro, il violinista Carmelo Leonardi, il chitarrista Alfredo D'Urso. Il fine primario è quello di recuperare quei valori che non ci sono più. Per realizzare ciò occorre anzitutto denudarsi di sovrastrutture e apparenze. Il teatro con la T maiuscola deve nutrirsi interiormente, contrastando l’imperante materialismo. Altri valori che cerchiamo di perseguire sono l'onestà intellettuale e morale. Il desiderio che ci anima è quello di realizzare una famiglia alla maniera in cui un tempo venivano concepite le compagnie teatrali».
Quale lo spirito che vi anima?
«Il desiderio di trovare un codice che possa coinvolgere persone, stili di vita e di pensiero, mentalità, ideologie e luoghi diversi fra loro, al fine di intavolare un dialogo all'insegna dell'apertura, della fratellanza, di quei valori civili, sociali, umani potenzialmente condivisibili da ogni uomo. Tutto nella libertà di espressione e di confronto. Ora più manifesta ora sottesa, poi, aleggia nel nostro progetto la speranza di una vita che va oltre, che fa da comune denominatore a ciò che facciamo. In tal modo il lavoro si carica di valenze ulteriori, disancorandosi dalla contingenza e dalla vocazione strettamente artistica. Ciò che di buono si costruisce in questa vita, ritroveremo. Per tale motivo ricordo sempre ai ragazzi e ai colleghi che l'occasione di stare insieme non è soltanto legata alle messe in scene, ma è qualcosa che certo ci consentirà di ritrovarci altrove. È, oltretutto, una questione etica: si sente la necessità di comunicare, mettendo il proprio talento al servizio dell'altro e divenendo testimonianza concreta che genera nuovi testimoni nell'arte come nella vita».
Un impegno morale e sociale, dunque, oltre che artistico?
«È anche un modo di offrire una palestra formativa ad una generazione che è spasmodicamente alla ricerca di qualcosa che non trova, bombardata fra l'altro da messaggi che si configurano come il trionfo dell’ apparenza, del successo, del denaro, del sesso e di ciò che è facile da ottenere. La mia generazione, immediatamente precedente alla loro, è certo abbastanza problematica ma in qualche modo ha saputo metabolizzare il senso del sacrificio, della lotta, dell'attesa. Quella attuale, invece, è una generazione poco incline al sacrificio ed è molto più fragile. La Compagnia è formata da giovani artisti che provengono da realtà diverse del centro e della periferia della città etnea, dando vita a una comunità teatrale variegata e composita. Storie e realtà diverse che si incontrano e si confrontano. Desidero anzi cogliere l’occasione per menzionare i giovani attori della Compagnia: Giuseppe Billa, Giovanni Bonaventura, Stefania Di Pietro, Cristiano Laiontini, Diego Magrì, Santo Prato, Lucy Russo, Massimiliano Russo, Rosy Russo, Santo Scuderi, Fabio Trafiletti. ».
Che tipo di repertorio rappresenta la Compagnia dei Giovani?
«Il nostro repertorio è tutt’altro che monocorde. Esso attraversa generi e registri differenti. Dalle produzioni per bambini e adolescenti (che annualmente registrano spettacoli per le scuole) scritte dal sottoscritto o tratte da autori del calibro di Luigi Capuana (si pensi ad esempio a “Il Racconta fiabe”) e Giuseppe Tomasi di Lampedusa (“La Sirena”) ai classici come Plauto e Shakespeare; dalle opere tratte dalla nuova letteratura drammaturgica sino ai miei testi inediti (fra questi mi stanno particolarmente a cuore “Il Sapore delle rose”, che affronta temi scottanti e delicati, e in particolare “Storia di Fiore”, opera tratta dal dramma vero di un ragazzo malato di leucemia, compagno di classe dei ragazzi della Compagnia). In scena va tanto la commedia brillante quanto quella impegnata, tanto la prosa quanto la poesia. D'altra parte il pubblico va educato. Se non si danno contenuti si rischia l'appiattimento, l'involgarimento, l'insterilimento, l'indifferenza. E poi c'è modo e modo di ridere e di divertirsi. È necessario sempre mettere in moto i meccanismi della riflessione».
Come nasce una nuova pièce teatrale: il momento della creazione.
«Si attende l'ispirazione che arriva per folgorazione, senza preavviso né orari prestabiliti, ma poi interviene la progressione: si acciuffa il lampo, gli si crea scheletro e impalcatura, lo si modella. È una prassi molto lunga e ogni creazione è mediata da chi hai accanto: l'isolamento non giova, l'essere a contatto con persone stimolanti invece rende tutto più facile».
Studio, costanza, passione. Vi sono altri ingredienti per la riuscita di una messa in scena?
«La validità professionale. Chi improvvisa non può stare sulla scena. Quando c'è professionalità invece, anche se ci si trova nelle condizioni di dover improvvisare, è possibile fare affidamento su un bagaglio non indifferente. Nella ricetta, poi, si potrebbe aggiungere il coraggio delle idee, ma anche lo spirito di squadra, che concorre ad un'atmosfera distesa e familiare, nonché l'empatia».
Calderon de la Barca osservava: “tutto è verità e tutto è menzogna, anzi la vita non è che un'illusione, una finzione, sogno”. Concorda con tali affermazioni?
«È un pensiero che proviene da uno scrittore per il teatro e che pertanto aveva cognizione di ciò che diceva. Noi teatranti viviamo una realtà costruita spesso per evadere da un'altra. Ci costruiamo una vita artificiale o parallela, correndo il rischio di restare intrappolati e, a volte, facciamo la fine di Sigismondo rinchiuso nella torre. Solo che al posto della torre ci si mura in teatro».
Arte come “imitazione” della realtà o come “ispirazione” per vivere la realtà?
«Secondo il metodo stanislaskiano (dal quale traggo la mia lezione di teatro) bisognerebbe riportare pedissequamente in scena la realtà mediante un lungo e faticoso processo di immedesimazione che l'attore deve compiere. Per cui l'arte è senz'altro imitazione della realtà, ma anche reinterpretazione della stessa attraverso la visione del regista, la sua capacità onirica, immaginifica. Tra arte e realtà si consuma comunque un rapporto biunivoco: la prima, infatti, può anche incidere sulla vita reale, donde l'importanza di fare teatro in modo sano e corretto».
Il grande regista teatrale Grotowski propugnava un teatro “povero”. Quanto della lezione grotowskiana è filtrato in Salvo Valentino e nella sua Compagnia?
«La mia formazione è stanislaskiana pertanto il suo insegnamento non mi appartiene molto. Tuttavia concordo sull'importanza del rapporto che l'attore deve instaurare con lo spettatore e sul fatto che scenografia, costumi, trucco, effetti di luce e di suono non servano se utilizzati per camuffare qualcosa che non esiste, tentando di colmare vuoti di idee e contenuti o carenze di preparazione. Io, però, provengo da una lezione di teatro in cui l'apparato scenico serve ad amplificare strutture e messaggi profondi e meditati».
In che modo ha inciso la Sua formazione universitaria su quella artistica?
«In maniera determinante. La laurea in Lettere è stata oltremodo proficua per approfondire i miei interessi, indagare più da vicino i testi, acquisire quelle competenze che mi consentissero in seguito di realizzare adattamenti, riduzioni, trasposizioni. A chi volesse intraprendere seriamente questa carriera consiglio vivamente di coltivare parallelamente gli studi universitari, concorrendo così ad una completezza di cognizioni e di strumenti».
Le emozioni della vita e quelle della scena: dove trae la propria linfa vitale un artista?
«Da dolori, gioie, passione per la vita e amore in senso lato. Non si “fa” l'artista, si “è” artisti e dunque i confini fra vita e scena divengono labili, si perdono. Fare l'attore non è cioè come fare l'impiegato che lascia fuori dal suo lavoro problemi ed emozioni».
Nella società odierna il teatro può ancora svolgere un compito determinante?
«Certamente. Il teatro è cultura, socializzazione, veicolazione di idee e valori, funzione pedagogica per le nuove generazioni, dunque riveste un ruolo fondamentale nella società. Le istituzioni, tuttavia, non sempre si battono per la promozione dell’attività teatrale».
Maria Valeria Sanfilippo
 

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