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CATANIA - Cultura, socialità e pedagogia in scena con la
Compagnia dei Giovani dell’attore-regista catanese Salvo
Valentino.
La Compagnia dei Giovani: la nuova realtà etnea
di Maria Valeria Sanfilippo

LA COMPAGNIA DEI GIOVANI
CATANIA - Abbiamo intervistato l’attore-regista Salvo
Valentino, un artista che, formatosi alla Scuola del Teatro
Stabile di Catania, ha già riscosso lusinghieri consensi di
pubblico e di critica. Recentemente ha costituito la
“Compagnia dei Giovani” con artisti catanesi. Un’operazione di
tipo sociale, oltre che culturale.
Come nasce l’idea di fondare la Compagnia dei Giovani?
«A conclusione di un laboratorio di drammatizzazione tenuto in
un istituto catanese. Intravedendo potenziale artistico ed
umano, piuttosto che terminare l'esperienza con una stretta di
mano decisi di fondare l'attuale Compagnia».
Quali gli obiettivi prefissati?
«Dal punto di vista artistico si è voluto dar vita a
un'operazione culturale a spiccata prevalenza teatrale
caratterizzata tuttavia da una forte matrice
interdisciplinare, in grado di coinvolgere accanto alla
recitazione anche la musica e la danza. A tale scopo sono
state inaugurate collaborazioni con apprezzati professionisti
quali la coreografa Antonella Maria Sofia Soraci, la
scenografa Tiziana Alì, il flautista Giuseppe Finocchiaro, il
violinista Carmelo Leonardi, il chitarrista Alfredo D'Urso. Il
fine primario è quello di recuperare quei valori che non ci
sono più. Per realizzare ciò occorre anzitutto denudarsi di
sovrastrutture e apparenze. Il teatro con la T maiuscola deve
nutrirsi interiormente, contrastando l’imperante materialismo.
Altri valori che cerchiamo di perseguire sono l'onestà
intellettuale e morale. Il desiderio che ci anima è quello di
realizzare una famiglia alla maniera in cui un tempo venivano
concepite le compagnie teatrali».
Quale lo spirito che vi anima?
«Il desiderio di trovare un codice che possa coinvolgere
persone, stili di vita e di pensiero, mentalità, ideologie e
luoghi diversi fra loro, al fine di intavolare un dialogo
all'insegna dell'apertura, della fratellanza, di quei valori
civili, sociali, umani potenzialmente condivisibili da ogni
uomo. Tutto nella libertà di espressione e di confronto. Ora
più manifesta ora sottesa, poi, aleggia nel nostro progetto la
speranza di una vita che va oltre, che fa da comune
denominatore a ciò che facciamo. In tal modo il lavoro si
carica di valenze ulteriori, disancorandosi dalla contingenza
e dalla vocazione strettamente artistica. Ciò che di buono si
costruisce in questa vita, ritroveremo. Per tale motivo
ricordo sempre ai ragazzi e ai colleghi che l'occasione di
stare insieme non è soltanto legata alle messe in scene, ma è
qualcosa che certo ci consentirà di ritrovarci altrove. È,
oltretutto, una questione etica: si sente la necessità di
comunicare, mettendo il proprio talento al servizio dell'altro
e divenendo testimonianza concreta che genera nuovi testimoni
nell'arte come nella vita».
Un impegno morale e sociale, dunque, oltre che artistico?
«È anche un modo di offrire una palestra formativa ad una
generazione che è spasmodicamente alla ricerca di qualcosa che
non trova, bombardata fra l'altro da messaggi che si
configurano come il trionfo dell’ apparenza, del successo, del
denaro, del sesso e di ciò che è facile da ottenere. La mia
generazione, immediatamente precedente alla loro, è certo
abbastanza problematica ma in qualche modo ha saputo
metabolizzare il senso del sacrificio, della lotta,
dell'attesa. Quella attuale, invece, è una generazione poco
incline al sacrificio ed è molto più fragile. La Compagnia è
formata da giovani artisti che provengono da realtà diverse
del centro e della periferia della città etnea, dando vita a
una comunità teatrale variegata e composita. Storie e realtà
diverse che si incontrano e si confrontano. Desidero anzi
cogliere l’occasione per menzionare i giovani attori della
Compagnia: Giuseppe Billa, Giovanni Bonaventura, Stefania Di
Pietro, Cristiano Laiontini, Diego Magrì, Santo Prato, Lucy
Russo, Massimiliano Russo, Rosy Russo, Santo Scuderi, Fabio
Trafiletti. ».
Che tipo di repertorio rappresenta la Compagnia dei
Giovani?
«Il nostro repertorio è tutt’altro che monocorde. Esso
attraversa generi e registri differenti. Dalle produzioni per
bambini e adolescenti (che annualmente registrano spettacoli
per le scuole) scritte dal sottoscritto o tratte da autori del
calibro di Luigi Capuana (si pensi ad esempio a “Il Racconta
fiabe”) e Giuseppe Tomasi di Lampedusa (“La Sirena”) ai
classici come Plauto e Shakespeare; dalle opere tratte dalla
nuova letteratura drammaturgica sino ai miei testi inediti
(fra questi mi stanno particolarmente a cuore “Il Sapore delle
rose”, che affronta temi scottanti e delicati, e in
particolare “Storia di Fiore”, opera tratta dal dramma vero di
un ragazzo malato di leucemia, compagno di classe dei ragazzi
della Compagnia). In scena va tanto la commedia brillante
quanto quella impegnata, tanto la prosa quanto la poesia.
D'altra parte il pubblico va educato. Se non si danno
contenuti si rischia l'appiattimento, l'involgarimento, l'insterilimento,
l'indifferenza. E poi c'è modo e modo di ridere e di
divertirsi. È necessario sempre mettere in moto i meccanismi
della riflessione».
Come nasce una nuova pièce teatrale: il momento della
creazione.
«Si attende l'ispirazione che arriva per folgorazione, senza
preavviso né orari prestabiliti, ma poi interviene la
progressione: si acciuffa il lampo, gli si crea scheletro e
impalcatura, lo si modella. È una prassi molto lunga e ogni
creazione è mediata da chi hai accanto: l'isolamento non
giova, l'essere a contatto con persone stimolanti invece rende
tutto più facile».
Studio, costanza, passione. Vi sono altri ingredienti per
la riuscita di una messa in scena?
«La validità professionale. Chi improvvisa non può stare sulla
scena. Quando c'è professionalità invece, anche se ci si trova
nelle condizioni di dover improvvisare, è possibile fare
affidamento su un bagaglio non indifferente. Nella ricetta,
poi, si potrebbe aggiungere il coraggio delle idee, ma anche
lo spirito di squadra, che concorre ad un'atmosfera distesa e
familiare, nonché l'empatia».
Calderon de la Barca osservava: “tutto è verità e tutto è
menzogna, anzi la vita non è che un'illusione, una finzione,
sogno”. Concorda con tali affermazioni?
«È un pensiero che proviene da uno scrittore per il teatro e
che pertanto aveva cognizione di ciò che diceva. Noi teatranti
viviamo una realtà costruita spesso per evadere da un'altra.
Ci costruiamo una vita artificiale o parallela, correndo il
rischio di restare intrappolati e, a volte, facciamo la fine
di Sigismondo rinchiuso nella torre. Solo che al posto della
torre ci si mura in teatro».
Arte come “imitazione” della realtà o come “ispirazione”
per vivere la realtà?
«Secondo il metodo stanislaskiano (dal quale traggo la mia
lezione di teatro) bisognerebbe riportare pedissequamente in
scena la realtà mediante un lungo e faticoso processo di
immedesimazione che l'attore deve compiere. Per cui l'arte è
senz'altro imitazione della realtà, ma anche reinterpretazione
della stessa attraverso la visione del regista, la sua
capacità onirica, immaginifica. Tra arte e realtà si consuma
comunque un rapporto biunivoco: la prima, infatti, può anche
incidere sulla vita reale, donde l'importanza di fare teatro
in modo sano e corretto».
Il grande regista teatrale Grotowski propugnava un teatro
“povero”. Quanto della lezione grotowskiana è filtrato in
Salvo Valentino e nella sua Compagnia?
«La mia formazione è stanislaskiana pertanto il suo
insegnamento non mi appartiene molto. Tuttavia concordo
sull'importanza del rapporto che l'attore deve instaurare con
lo spettatore e sul fatto che scenografia, costumi, trucco,
effetti di luce e di suono non servano se utilizzati per
camuffare qualcosa che non esiste, tentando di colmare vuoti
di idee e contenuti o carenze di preparazione. Io, però,
provengo da una lezione di teatro in cui l'apparato scenico
serve ad amplificare strutture e messaggi profondi e
meditati».
In che modo ha inciso la Sua formazione universitaria su
quella artistica?
«In maniera determinante. La laurea in Lettere è stata
oltremodo proficua per approfondire i miei interessi, indagare
più da vicino i testi, acquisire quelle competenze che mi
consentissero in seguito di realizzare adattamenti, riduzioni,
trasposizioni. A chi volesse intraprendere seriamente questa
carriera consiglio vivamente di coltivare parallelamente gli
studi universitari, concorrendo così ad una completezza di
cognizioni e di strumenti».
Le emozioni della vita e quelle della scena: dove trae la
propria linfa vitale un artista?
«Da dolori, gioie, passione per la vita e amore in senso lato.
Non si “fa” l'artista, si “è” artisti e dunque i confini fra
vita e scena divengono labili, si perdono. Fare l'attore non è
cioè come fare l'impiegato che lascia fuori dal suo lavoro
problemi ed emozioni».
Nella società odierna il teatro può ancora svolgere un
compito determinante?
«Certamente. Il teatro è cultura, socializzazione,
veicolazione di idee e valori, funzione pedagogica per le
nuove generazioni, dunque riveste un ruolo fondamentale nella
società. Le istituzioni, tuttavia, non sempre si battono per
la promozione dell’attività teatrale».
Maria Valeria Sanfilippo
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