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Show ed a cura della Compagnia
Teatro Gamma
CATANIA - Omaggio di Sally alla grande Milly
al Nuovo Teatro S. Orsola: ieri sera grande pubblico per il debutto dello
spettacolo "Milly, una signora di 30 anni fa"
28 gennaio 2006
CATANIA -
Sally-Milly, replica anche stasera alle 21 e domani, domenica 29 gennaio,
alle 18 al Nuovo Teatro S. Orsola, con la riedizione dello spettacolo
«Milly, una signora di trent’anni fa», scritto da Antonio Bella, nella
rielaborazione di Gianni Scuto, che ne cura anche la regia. Lo spettacolo è
interpretato da Sally, Gianluca Barbagallo, Marzia Zito, Salvo Brocato e
Domenico Fiore, accompagnati al pianoforte dalle note di Francesca La
Mendola.
Sally è un attore ormai noto al grande pubblico, che ha già portato con
successo sulle scene di tutta Italia il suo spettacolo-omaggio a Milly, che
lui interpreta riuscendo a ricostruire tutto il fascino e l'atmosfera che
solo l'affascinante interprete riusciva a diffondere.
Carla Emilia Mignone – in arte Milly – nacque ad Alessandria nel
1903, e aveva pochi anni d’età quando il padre se ne andò di casa
lasciandola con la madre e i due fratellini. L’esordio e i primi passi nel
mondo dello spettacolo furono quelli, durissimi, che allora erano di
prammatica e, come allora era anche frequente, all’insegna di un
coinvolgimento di tipo familiare.
Dopo essere stata assunta come cassiera al teatro Fiandra di Torino, e dopo
aver debuttato nello stesso teatro come cantante, Milly, infatti, formò un
trio di avanspettacolo con Mitì, la sorella ballerina, e il fratello Totò,
suonatore. La gavetta terminò con la scrit-tura e il successo strepitoso al
Trianon di Torino prima, e infine al Carignano, nella rivista Minorenni a
noi. A cimentarsi in un grande spettacolo – e a offrirgliene anche la
possibilità – la spinse probabilmente il regista Mario Mattoli, che poi
sposerà Mitì.In breve, Milly divenne una delle stelle del teatro leggero
italiano dei primi anni Trenta. Recita con Spadaro, con i De Filippo, con
Isa Bluette, con Umberto Melnati; è poi nella compagnia dei fratelli Schwarz
che mette in scena la rivista Il Cavallino bianco e Wunderbar; arriva infine
all’Excelsior di Milano per ricoprire il ruolo di sou-brette della compagnia
Za Bum, sotto la regia di Mario Mattoli.Cantante dai toni caldi, dotata di
grande verve naturale, e di una vivacità bril-lante ma non esibita,
assistita da un repertorio di canzoni intelligentemente anti-convenzionali,
Milly si affida non tanto all’avvenenza fisica quanto al carattere iro-nico
e intrigante della sua presenza in scena. Ed è il fascino di questa
presenza, abba-stanza fuori dal comune per una soubrette italiana, che fa
breccia in molti cuori maschili conquistandole ammirazioni devote pronte a
trasformarsi in passioni arden-ti. Sono questi gli anni in cui si sussurra
con insistenza di un affaire tra la cantante e il giovane rampollo di Casa
Savoia, il bel principe Umberto, troncata (sempre a quel che si dice) per il
diretto intervento del Re, e di tante altre storie che vedono coin-volti
specialmente letterati e intellettuali, i più sensibili alla grazia leggera
e malizio-sa di questa piemontese minuta che sembra conoscere così bene
l’arte di conquistare l’attenzione degli uomini. Ma ad un tratto, all’inizio
degli anni Trenta, nel pieno della sua fama, Milly scompare dall’Italia, va
negli Stati Uniti dove rimane molti anni e da dove farà ritorno solo dopo la
guerra. Cosa sia realmente successo rimarrà sempre un mistero,alimentato
dalla tenace, invincibile, discrezione della protagonista.
Certo:
tutto è cominciato con alcune scritture che l’hanno portata al Rainbow Room
del Waldorf Astoria e poi a Broadway e infine a contatto con il mondo
cinematografico e arti-stico americano, e insomma a ripetere oltre Atlantico
il successo che ha avuto in Patria, ma deve essere accaduto anche, ben
presto, qualcosa di più importante. Con molta probabilità – è questa la voce
che corre – la nascita di un legame sentimen-tale, forse con qualche
esponente di primissimo piano del bel mondo Usa. Fatto sta che Milly sembra
dimenticarsi dell’Italia, fino al punto di prendere la cittadinanza
americana.
Altrettanto misteriose le ragioni del ritorno in Patria, che avvenne alla
fine degli anni ’40. Tutto era diverso, tutto era cambiato e per Milly fu
come ricominciare dall’inizio. Nel 1950 finalmente Remigio Paone la
scritturò per la rivista Quo vadis? accanto a Dina Galli ed Enrico Viarisio.
In seguito venne l’impegno in altre importanti compagnie di prosa, con
Umberto Melnati, Valeria Valeri, Leonardo Cortese, finché giunse l’ora della
grande rentrée. Nel 1955, il Piccolo Teatro di Milano aveva deciso di
mettere in scena L’opera da tre soldi di Bertold Brecht e Kurt Weil e,
trattandosi di assegnare la parte di Jenny delle Spelonche era stata
programmata la prova di vari candidati, tra questi Milly. Le bastò intonare
la prima strofa di Ma l’amore no, una celebre canzone del suo repertorio,
perché Paolo Grassi, direttore del Piccolo, decidesse all’istante che Jenny
non poteva che essere lei, e convincesse Giorgio Strehler ad assegnarle la
parte. Così fu, e allo spettacolo arrise un vero e proprio trionfo: la trama
programmaticamente tra-sgressiva, la musica dei “songs” così carica di echi
della grande stagione nel cabaret mitteleuropeo, il recitativo secco e
denso: tutto sembrava fatto apposta per combinarsi a meraviglia ed esaltare
il temperamento di una Milly giunta alla sua stagione artisticamente più
matura, dalla voce roca e pastosa – «voce notturna» la definirà De
Monticelli – egualmente efficace nei toni sommessi e in quelli gridati; una
Milly la cui recitazione e il cui canto sapevano come non mai colorarsi dei
colori dell’allusione e della malizia, così come di un’improvvisa, triste,
dolcezza. dal 1915 al 1950
Era il risultato di una biografia artistica fuori dal comune, che ora si
mostrava la più adatta ad esprimere un tipo di donna in armonia con i tempi
nuovi che il paese ormai stava conoscendo: una donna autonoma, padrona della
propria femminilità e dei propri sentimenti, ma anche consapevole della
fatica e della ambiguità che inevitabilmente costava (e costa) far convivere
le nuove conquiste dell’emancipazione insieme all’irrinunciabile deposito di
antiche e perenni convenzioni legate al rapporto tra i sessi.
A questa nuova intricata temperie di stati d’animo Milly prestò la sua voce
e il suo fascino, le sue mises rigorosamente in nero, il suo gusto del
ripescaggio archeologico, perlopiù nella dimensione che fu presto
elettivamente la sua, vale a dire la dimensione (anch’essa nuova per
l’Italia) del cabaret colto, di cui divenne, negli anni Sessanta,
dominatrice indiscussa attraverso una serie di spettacoli tra cui,
memorabile, Milanin Milanon, per la regia di Filippo Crivelli, andato in
scena al teatro Gerolamo di Milano nel 1962 con Tino Carraro ed Enzo
Jannacci.
Oltre allo spettacolo di cabaret furono negli anni seguenti il varietà
(Studio Uno) e gli sceneggiati televisivi (Ritratto di Signora di Sandro
Sequi), il cinema, dove aveva esordito negli anni Trenta ma a cui ora Milly
offrì prestazioni incisive sotto la guida di Germi, Bertolucci, Lattuada,
Patroni Griffi, i recital, perfino le Feste dell’Unità. Ormai divenuta
milanese d’adozione – non fosse altro per aver dato voce magistrale a tanta
parte dell’anima canora della città (da Tant che l’era piscinin a La povera
Rosetta e El me ligera) – nel 1972 il sindaco di Milano le conferì la
medaglia d’oro di benemerenza civica. Si spense a Nepi, non lontano da Roma,
nel 1980.
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