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Note su Crave di Sarah Kane; teatro del Canovaccio 21 – 22 – 23 ottobre 2005
Crave – brama, smania, desiderio struggente;
Lineamenti generali: Sarah Kane, drammaturga inglese capofila della new angry generation, è nata nel 1971 e morta tragicamente nel febbraio del 1999. E’ attualmente una delle più discusse autrici del teatro contemporaneo europeo. La sua tormentata biografia, scandita da un malessere di fondo che le procurò negli ultimi anni 2 soggiorni in una casa di cura, è oggetto di culto su Internet (si veda il sito che le è stato dedicato postumo da Iain Fisher www. Sarahkane.gb), ma è anche esplicitamente rappresentata nella sua opera, soprattutto negli ultimi 2 lavori: 4:48 Psycosis (’99) e, appunto, Crave (’98). Crave è una scarna, lucida e profonda cavalcata poetica sullo stato attuale del sentimento dell’amore. Quattro personaggi - voce senza un nome o un sesso preciso, semplicemente designati con quattro lettere (A, B, C, e M ), danno vita ad una cascata di immagini poetiche senza una trama precisa ma affidandosi ad immagini, a lampi di vita vissuta, a verità amaramente conosciute sulla propria pelle. E’ forse il testo più oscuro o se si vuole più ambiguo della Kane; nulla vi è di determinato, nessuna biografia precedente dei personaggi, nessuna azione, nessun oggetto, le uniche didascalie, come in Beckett di cui si avverte la forte influenza, riguardano il ritmo e le pause. I personaggi non hanno nessuna identità sociale o razziale o sessuale se non quella degli attori che li interpretano; ma dietro questa apparenza si cela un’altra condizione, questa sì precisa, la condizione storica delle loro affettività. I quattro di Crave sono portatori di una totale incapacità di credere all’amore come forza positiva, come motore della vita, come via d’accesso alla felicità; beninteso, non all’amore fisico, che di quello s’intuisce come ne abbiano avuto sin troppo, ma all’amore come sentimento duraturo in grado di avvicinare le persone, di spezzare la solitudine. I personaggi della Kane sono uomini e/o donne che hanno perso la forza utopica della coppia, della famiglia, del “per sempre”, che in genere accompagna l’amore; non hanno più nemmeno i genitori o i fratelli, nel testo entrambe le figure sono sempre associate a depravazioni sessuali o a traumi infantili; in Crave l’amore, come Dio, è morto. Ma questo vuoto non è riempito da qualcosa di analogo, anzi; se è morto l’amore resta forte, bruciante il desiderio di esso. I personaggi hanno fin troppa nostalgia di ciò che hanno perso, l’amore è come un Eden perduto, una Golden Age, nient’altro che una leggenda di uno splendido passato. In questo senso appare in tutta la sua profondità l’influenza di Beckett non soltanto dal punto di vista stilistico e tecnico, come per Vladimiro ed Estragone la condizione principale dei quattro di Crave è l’attesa. Ma cosa ha determinato questo? Al di là dei dolorosi risvolti biografici, per la Kane questo fallimento esistenziale si connette ad una condizione storica ben precisa legata probabilmente all’edonismo consumistico delle società contemporanee. La grandezza dell’autrice sta proprio in questa capacità di rappresentare il proprio disagio esistenziale allargandolo appunto ad una condizione storica. In tutte le opere della Kane c’è un forte pessimismo sulle società occidentali, sull’ipocrisia delle sue ideologie buone solo a mascherare intolleranze e aggressività, sul fallimento delle proprie classi dirigenti incapaci di utilizzare il potere come autentica fonte di progresso collettivo, e sull’incapacità di tutti noi di saper uscire veramente dall’isolamento a cui l’individualismo ci condanna, di andare incontro agli altri nudi, indifesi; e per la Kane da questa raggiunta “impossibilità” non si torna indietro, è precisamente questa la nostra condizione storica. Questa nuova edizione: Crave è anche il secondo testo che è stato scelto dal regista nell’ambito del progetto 2005 TEATRIDEUROPA condotto in collaborazione con il Dipartimento Studi Europei dell’Università; Lo spettacolo è la naturale conseguenza di un workshop di regia per studenti universitari tenutosi per due giorni del Maggio di quest’anno; il gruppo di attori è stato selezionato fra i più preparati e dotati di quegli studenti. Sei persone in cerchio si disputano 3 sedie; la loro è una lotta indiretta per un potere effimero, semplicemente quello di sedersi e poi rialzarsi o, meno semplicemente; di impedire ciò agli altri. Questa è la situazione di partenza per i giovani attori. Crave ha avuto molte edizioni in tutto il mondo; in genere i quattro vengono messi in una situazione di separatezza fra essi incolmabile, senza possibilità di unirsi: seduti su una fila di sedie frontale al pubblico come nella prima edizione londinese di Vicky Featherstone o nella stessa prima edizione italiana di Barbara Nativi, oppure in quattro angoli del palcoscenico come ad Edimburgo, o su 4 alti blocchi di legno come nell’edizione di Thomas Ostermaier, o ancora in 4 cabine telefoniche come in un’edizione canadese. In assenza di indicazioni vincolanti dell’autrice, noi abbiamo deciso di fare a meno di questo. I quattro attori sono liberi di muoversi, di toccarsi, di fare l’amore cosi come di sbranarsi a vicenda; e questo perché la solitudine interiore se c’è può non essere scalfita da un contatto fisico, non sempre basta, a nostro avviso, rappresentarla con una incolmabile separatezza dei corpi nello spazio, anzi; ci sono solitudini che viceversa diventano tanto più strazianti nell’unione dei corpi che le ospitano. Per lo stesso motivo i quattro personaggi non sono soli, nei loro giochi, inseguimenti, le loro prendersi e lasciarsi in scena sono in compagnia di altre due “presenze” non parlanti, ma tutti partecipanti allo stesso gioco crudele della ricerca dell’amore; c’è anche una terza “presenza” esterna alla scena, con il compito di ascoltare, di dare inizio al gioco ma anche di controllarne l’andamento affinché non cambi poi troppo il mondo, questa presenza indossa una divisa e ci ricorda che non siamo mai troppo liberi, esiste sempre immanente e feroce un’autorità pronta ad impedire che qualcuno di noi esca davvero fuori dalla gabbia o solo si accorga della gabbia. Il nostro crave parla di una nuova generazione, la generazione “random”, quella dell’ i pod, dei desideri soddisfatti scegliendo a caso, quella che non per forza deve costruire qualcosa o, forse, è nell’impossibilità di costruire qualcosa; la generazione “random” è nata e cresciuta nella cultura de “la vita come tripudio di shopping”; fin da piccola si è aggirata fra i banconi degli ipermercati imparando nevroticamente a soddisfare con una carta di credito i propri desideri immediati. Molto probabilmente questa generazione non ha ricordi, ha immagini collezionate nel telefonino, la vita per i suoi partecipanti è una continua serie di esperienze casuali non necessariamente collegate, non serve più una trama; anzi, probabilmente l’unica cosa che lega le situazioni è una smania, una voglia di fondo, una “crave” che non riesce ad essere soddisfatta, mai. E’ la solitudine che c’impedisce di abbandonarci agli altri? O questa vita che ci chiede sempre di essere il carnefice di qualcuno per non essere la sua vittima? Che sia la mancanza di un rito? L’ansia provocata da questa condizione può essere ritualizzata? Un orrore così profondo può essere frenato solo da un rito, dice una battuta di Crave; e lì cambia qualcosa. Un rito si condivide con gli altri apertamente, è proprio ciò che sappiamo fare sempre meno e con sforzo. Ma per esserci vero rito occorre qualcuno che si presti a fare l’officiante, o la vittima di noi carnefici. Ed è a questo che giunge il nostro Crave; il gioco della vita ha una legge antica; può essere riscattato solo da chi accettando la propria debolezza la offra spontaneamente agli altri, ne facciano ciò che possono.
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